Franco De Luca: la poesia delle immagini

Ci sono tre modi per avere un ricordo visivo di Gaeta (per dire, ma potrebbe essere la spiaggia di Vindicio, o un vicolo di Castellone, o – anche – una ragazza in bicicletta sul lungomare…): si può comprare una cartolina, e ce ne sono di gradevoli, anche tra quelle fatte adesso – benché siano più suggestive quelle in bianco e nero di una volta -; si può invece scattare una foto in proprio, magari con una decente macchina fotografica, meglio di un “selfie” ottenuto col telefonino; oppure si può chiedere a Franco De Luca.

Pensare alle foto di un luogo qualsiasi e domandarsi come le avrebbe scattate un artista della fotografia, un poeta dell’immagine, un’anima dietro l’obiettivo, fa venire in mente un uomo come Franco De Luca. Le sue sono appunto sue, più che essere foto; sono spesso – per quanto fedeli e per quanto riconoscibile appaia, quasi fotografato, il posto o la persona che rimane a stampa dopo l’impressione – sono interpretazioni, sono poesie per immagini. D’altronde è anche poeta, è un fine dicitore della parola, innamorato della parola; e questo suo amore è pure nelle immagini che consegna alla stampa – più o meno rielaborate, come fa da sempre, oggi con l’ausilio dell’elettronica, dell’informatica.

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Leggere un quadro di Franco De Luca (perché di quadri si tratta, nel suo caso: la mano del poeta interviene a personalizzare l’immagine riprodotta – appena una virata cromatica, a volte, o la sovrapposizione di un dettaglio fuori asse) è come leggere una pagina di un suo libro: è proprio così come si vede, o – ed è quasi sempre così: non è proprio quello che si vede, che si dovrebbe vedere. Sia che lavori con il colore, sia che tratti il bianco e nero nelle diverse possibilità del contrasto e della luminosità, il risultato artistico di un’opera di Franco De Luca è chiaramente riconoscibile. La sua cifra è ormai una garanzia, la sua peculiarità è sotto gli occhi di tutti: in una mostra collettiva, il suo quadro potrebbe non essere firmato, poiché la sua firma è il quadro stesso.

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Un’onda increspata sulla riva, un abat-jour sul comodino, un albero isolato, un busto di donna – tutto diventa nella fotografia di Franco De Luca una cosa sua; ma il lettore, l’osservatore che si ponga con occhio attento a guardare quella cosa, la scopre o la riconosce anche come cosa sua… poiché appunto gli è offerta la possibilità – nella presentazione a volte straniata del soggetto, paesaggio o figura umana che sia, o semplice oggetto del quotidiano – di coglierne aspetti magari insignificanti all’apparenza, ad uno sguardo superficiale occasionale casuale, che invece si rivelano (nella presentazione elaborata dall’artista dell’obiettivo, dalla scelta dell’inquadratura, dal taglio e dal trattamento successivo della fotografia) altro da quel che sembrava, altro nel senso che quei dettagli sono di più di quel che sembrava, avendo acquistato una dimensione nuova che li arricchisce, che li fissa nel tempo non soltanto come sono in realtà (e sarebbe una cartolina), non come ci appaiono in un momento qualunque (e sono un banalissimo “selfie”), ma come solo un poeta è capace di farci avvertire e consegnarci – delicatamente come solo Franco De Luca sa fare – un ricordo di noi stessi proiettato fuori di noi.

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