MAFFEO ci porta a TEATROPOLIS

Non si stanca, malgrado l’età, di aggiungere pezzi e pezzetti al grande puzzle che va costruendo da decenni: Pasquale Maffeo ha forse deciso di lasciare in eredità ai suoi lettori (e magari non solo a loro) un gran teatro del mondo per ora smontato e composto a puntate nei suoi romanzi, nei suoi racconti – poi destinato ad essere rimesso insieme da coloro che (fatti scaltri proprio dalla frequentazione della sua opera letteraria) sapranno trovare le giuste connessioni, giustapponendo le connessure e ri-costruendo – insieme a lui, grazie a lui – il loro teatro. Poiché tale è la vita, dice Maffeo, e lo va dicendo da tempo, visto che è un ammiratore di Yorick e di altre simili figure letterarie che al teatro comunque lo accostano intrigandolo e intricando i fili delle sue storie pensate, inventate, narrate.

Maffeo T
Eccoci dunque a Teatropolis, che è una città-teatro, o un piccolo mondo a misura di palcoscenico, sul quale (e qui sovviene il nume Pirandello, anche se a Maffeo non servono simili numi) ciascuno recita la parte che il giuoco gli assegna o gli impone. La storia qui è tipica dell’autore che conosciamo: i suoi personaggi ricordano altre figure tanto bene caratterizzate in altri romanzi. Ciò non significa peraltro che il confronto sia a scapito di queste che ora ci si presentano. I protagonisti di Teatropolis sono due maturi e disincantati naviganti della vita, che sanno come e quanto ancora di quella possono cogliere barlumi e intanto preparare i bagagli per l’ultima recita, quella senza pubblico, che pure è prevista – e arriverà, e tanto vale prepararvisi con la giusta preoccupazione, ma pure con leggera nonchalance. E si preparano infatti, con il gusto – anche questo tipico di Maffeo – dello sberleffo e della tenerezza per il prossimo: non si nega a chi poco sa il beneficio di continuare a non sapere (poiché colui che sa preferisce tenere per sé, sapendo infatti quanto sia di peso una certa dose di conoscenza).
Nell’agile schema narrativo disegnato dall’autore di Prete Salvatico e delL’Angelo bizantino – che restano fra le sue prove più convincenti nel genere – si inseriscono anche figurine minori ma importanti; e vi si fa menzione, anche se pare sfondo lontanissimo, del mondo nostro che corre le sue storie (l’incidente della “Concordia”, ad esempio; il Presidente francese legato a una vamp del cinema, ed altri casi dei quali arriva l’eco smorzata che sempre costituisce spunto di analisi e discussione tra i due – il sellaio e il vecchio cattedratico – sempre più appassionati al loro gioco socio-filosofico teso a spiegare le vie dell’umanità). Ovviamente, come sanno i suoi lettori, la caratura tipica e riconoscibile di Maffeo è nel linguaggio, e in questo piccolo libro non si smentisce: lo scoppiettio della lingua rimane la sua cifra esemplare, il segno che lo contraddistingue e fa leggere le sue pagine saporose con la soddisfazione che può dare soltanto chi conosce della parola ogni sapore.

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