Brancaccio e i gatti senza paura

“Ci ha fregati” – scrissi, come faccio di solito, a caldo, in una nota a margine, leggendo sparse pagine del libro appena ricevuto dall’amico editore Amerigo… ma mi bastava quel primo approccio per comprendere quanto l’operazione letteraria del più giovane amico sapesse in verità di già vissuta scaltrezza – “ci ha fregati…” scrissi: “eteronimi per fregarci meglio – femmine e musiche per distrarci e tanta gente a fare il coro!”. Credetti così di aver subito individuato gli ingredienti del banchetto. Cibarsi, in questo caso, era sorbire tutta una serie di prelibatezze – non sempre dolci, non sempre gustose, a volte aspre o indigeste, ma tutte di fine preparazione. La cucina di Carmine ormai potrebbe far bella figura in un grande ristorante: i commensali, i lettori attenti delle sue pagine, sanno ormai cosa aspettarsi, come godersela una sua tavola imbandita.

Brancaccio SG
Ora, rileggendo qua e là, ancora a caso, mi sono imbattuto in una pagina di magistrale scrittura surreale, in un episodio dal sapore felliniano (e so che a lui il cinema piace tantissimo): quello dell’11 settembre, quasi a metà libro, “Anacoluto architettonico. Cronaca di un sogno. 11 settembre. Work in progress”: titolo, sottotitolo, determinazione cronologica (tutto il libro, del resto, è datato come un diario), nuovo titoletto… e poi un racconto allucinato, sognante e straziante nello smemorarsi del personaggio, che pure è “lui”, poiché il signor “Ceriman”, si sa, è Carmine, ma per nulla autobiografico (quando mai c’è stato nell’ascensore della Torre Nord, delle Twin Towers che una volta stavano a New York?), eppure di concretissima espressività. Perché lui no, ma Ceriman sì, eccome se c’è stato in quell’ascensore, e ha visto e sentito quello che racconta. Ecco, è qui il gioco, e qui è la bravura di un letterato che – se a volte rende scoperta la furbizia del suo fare – sa bene come lavorare per essere attraente e credibile, addirittura, almeno per chi sappia come trovare anche lui quell’ascensore che va difilato al centodecimo piano, destinazione quasi paradiso, e di lì scorgere un orizzonte prossimo, fermo come in un quadro o una quinta teatrale (o il fondale di una scena felliniana, appunto, falso e realistico al tempo stesso).
Allora, infine, forse più chiaro si fa anche il titolo – apparentemente stravagante – di questo libro: E la sera la calma paura dei gatti… A sera, infatti, i gatti hanno paura nei loro occhi, paura di quel che li aspetta, di una notte in cui saranno tutti grigi, ma è calma, la loro paura, felina, controllata – come sa chi sa mettersi di fronte allo specchio e non temere l’incontro casuale che potrebbe turbarlo, e non è che una nostra faccia dimenticata che ritorna da un lungo viaggio… e non chiede che di uscire a salutarci, a dividere un tratto di strada, di vita…

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