Archivi del mese: novembre 2014

Da una “stanza” all’altra…

Per una strana concomitanza di eventi, si è avuta la pubblicazione del primo numero (e anche del secondo) della nuova collana “la stanza del poeta” pubblicata dalle Edizioni Eva qualche settimana prima dell’uscita dell’ultimo numero (e anche del penultimo) della vecchia collana…

Stanza ven
L’aspetto è nettamente diverso (c’è il colore, c’è l’ISBN…) – lo spirito dell’iniziativa editoriale non cambia molto: si tratta di piccoli libri a tiratura limitata, miei o degli amici e di chi vorrà partecipare nel nome della poesia.

La nuova serie prende inizio da una celebrazione: CENTOPAGINE infatti è una raccolta di scritti che si pubblica per ricordare i cento anni dalla nascita di Nicola Napolitano (era mio padre), e continua con la poetessa molisana Antonella Sozio (Il sole e l’azzurro) tradotta in inglese da Jason Forbus

L’ultimo numero della vecchia “stanza” (stampato a Gaeta dalla tipografia “ellegrafica” e cucito a Formia da Totolegar) è una raccolta di “Traduzioni sparse” a mia firma. Buona lettura a tutti!

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MAFFEO ci porta a TEATROPOLIS

Non si stanca, malgrado l’età, di aggiungere pezzi e pezzetti al grande puzzle che va costruendo da decenni: Pasquale Maffeo ha forse deciso di lasciare in eredità ai suoi lettori (e magari non solo a loro) un gran teatro del mondo per ora smontato e composto a puntate nei suoi romanzi, nei suoi racconti – poi destinato ad essere rimesso insieme da coloro che (fatti scaltri proprio dalla frequentazione della sua opera letteraria) sapranno trovare le giuste connessioni, giustapponendo le connessure e ri-costruendo – insieme a lui, grazie a lui – il loro teatro. Poiché tale è la vita, dice Maffeo, e lo va dicendo da tempo, visto che è un ammiratore di Yorick e di altre simili figure letterarie che al teatro comunque lo accostano intrigandolo e intricando i fili delle sue storie pensate, inventate, narrate.

Maffeo T
Eccoci dunque a Teatropolis, che è una città-teatro, o un piccolo mondo a misura di palcoscenico, sul quale (e qui sovviene il nume Pirandello, anche se a Maffeo non servono simili numi) ciascuno recita la parte che il giuoco gli assegna o gli impone. La storia qui è tipica dell’autore che conosciamo: i suoi personaggi ricordano altre figure tanto bene caratterizzate in altri romanzi. Ciò non significa peraltro che il confronto sia a scapito di queste che ora ci si presentano. I protagonisti di Teatropolis sono due maturi e disincantati naviganti della vita, che sanno come e quanto ancora di quella possono cogliere barlumi e intanto preparare i bagagli per l’ultima recita, quella senza pubblico, che pure è prevista – e arriverà, e tanto vale prepararvisi con la giusta preoccupazione, ma pure con leggera nonchalance. E si preparano infatti, con il gusto – anche questo tipico di Maffeo – dello sberleffo e della tenerezza per il prossimo: non si nega a chi poco sa il beneficio di continuare a non sapere (poiché colui che sa preferisce tenere per sé, sapendo infatti quanto sia di peso una certa dose di conoscenza).
Nell’agile schema narrativo disegnato dall’autore di Prete Salvatico e delL’Angelo bizantino – che restano fra le sue prove più convincenti nel genere – si inseriscono anche figurine minori ma importanti; e vi si fa menzione, anche se pare sfondo lontanissimo, del mondo nostro che corre le sue storie (l’incidente della “Concordia”, ad esempio; il Presidente francese legato a una vamp del cinema, ed altri casi dei quali arriva l’eco smorzata che sempre costituisce spunto di analisi e discussione tra i due – il sellaio e il vecchio cattedratico – sempre più appassionati al loro gioco socio-filosofico teso a spiegare le vie dell’umanità). Ovviamente, come sanno i suoi lettori, la caratura tipica e riconoscibile di Maffeo è nel linguaggio, e in questo piccolo libro non si smentisce: lo scoppiettio della lingua rimane la sua cifra esemplare, il segno che lo contraddistingue e fa leggere le sue pagine saporose con la soddisfazione che può dare soltanto chi conosce della parola ogni sapore.

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Chiara dà i numeri (e almanacca il futuro)

Impiegare quasi 350 pagine per far dire al protagonista della storia che la sua storia avrà una fine (“credo accadrà”… dice), e chiamare la storia stessa (cioè quella raccontata, quella che è il libro che la racconta) Almanacco del giorno prima, è proprio una sottile cattiveria da scrittore (o scrittrice, in questo caso) abile interprete della scrittura, del valore, della funzione che alla scrittura – di norma – si attribuisce. In questo romanzo strampalato (perché non lo è anche se lo sembra, e non si può ben definire malgrado le mille definizioni interne che ne dà l’autrice) c’è un sistema – matematico e logico, sentimentale e letterario – che va tranquillamente, inesorabilmente, a farsi benedire. Il filo sembra snodarsi abbastanza chiaro all’inizio, ma va sempre più ingarbugliandosi, ammatassandosi e variandosi nell’aggomitolarsi. Chiara Valerio, d’altra parte, ha sempre sorpreso i suoi lettori, quelli che la seguono da quando ha cominciato a pubblicare libri – e già non sono pochi. Sorprende cambiando stile, proponendo diversi esiti, disegnando personaggi credibilissimi (cerchiamo di capire quanto e come li si possa misurare a misura sua), che pure annaspano e rischiano più volte il naufragio della loro vita, prima di approdare a improbabili approdi…

Valerio Qui, dopo circa 350 pagine costruite come un puzzle o un cubo di Robik, impaginate come farebbe un pittore cubista o montate come un sandwich (struttura tripartita o bipolare) – alla fine del libro nemmeno possiamo chiederci com’è andata a finire la storia. Perché poi dovrebbero finire le storie? Qui, in questo Almanacco del giorno prima, che sembra sia stato dettato a Chiara Valerio da un suo itinerario esistenziale proiettato in uno specchio alla Dorian Grey, qui dobbiamo aspettarci qualsiasi escursione nell’iperreale, ma sapere insieme che stiamo vivendo, con lei, con i suoi personaggi, un copione fantastico, ricco di numeri (non quelli della matematica a lei ben noti, quelli del “mago” dei numeri, nelle loro possibilità di coniugarsi e scomporsi), di numeri da circo, allucinanti peripezie di marionette; poiché l’uomo – nel gran teatro del mondo – è ancora un povero clown che cerca di stupire gli spettatori, coloro che – pagato un biglietto – si aspettano di vederlo stramazzare sulla scena. E lui vivrà.
Buona lettura a tutti!

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Una nuvola di poesia

Tempo di anniversari e di bilanci. A trent’anni dalla sua prima pubblicazione, La nube, del 1984, Antonio Vanni manda in stampa (forse anche per festeggiare i vent’anni dalla sua prima edizione) la ristampa del Diario di una nuvola bassa. Il piccolo libro, che segnò all’epoca un deciso passo in avanti per il poeta molisano, meritava di essere riproposto, peraltro con l’aggiunta di una attenta e partecipe recensione della poetessa Maria Grazia Lenisa (nel frattempo scomparsa – ed è anche questo un gesto che sembra dovuto). Diario di una nuvola bassa è una raccolta di sole venti poesie, ma particolarmente significativa, illustrativa di un modo di fare poesia che caratterizzava Antonio Vanni e non gli è diventato alieno, nel prosieguo del suo cammino poetico.

Vanni N

Tra queste venti poesie, diverse sono quelle che permettono di tracciare (anche a posteriori) un giudizio d’insieme sul poeta Vanni. Ci sono testi in cui sorprende particolarmente la freschezza del dettato lirico, altri nei quali si può cogliere e misurare il suo rapporto profondo con la parola. “Nel calice crepuscolare si ammala la brina” è un’espressione degna di un crepuscolare che va al di là della paura di vivere, liberandosi in un gioco di forte sentire. Nella poesia di Antonio Vanni, come scriveva Vincenzo Rossi nella prima presentazione della silloge, “il pulsare dolente dell’io adulto sulle tenerezze dell’adolescenza” è la chiave che consente di leggerla come sospesa tra passato e presente, nel sogno di quel che fu e nell’attesa di quel che sarà. La nuvola, che è una “nuvola bella nel canto di qualcosa di vago”, si fa quindi simbolo dell’anima vagabonda (animula vagula… fu scritto un tempo) nel suo continuo “dialogo con un foglio di carta” (ed anche perciò è “bassa”, vicina alla terra, a questo nostro mondo di poveri uomini in cerca di conforto nell’anima che ci è vicina, poiché “tanta tenera infanzia” ci è stata strappata). Quel “pulsare”, animato “di romantiche tristezze e calme note”, ancora vibra nelle corde e negli esiti della poesia di Antonio Vanni, il quale – è augurabile – dopo questa celebrazione di anniversari in un bilancio sereno con se stesso, vorrà offrire ancora mature prove del suo “diario” esistenziale.

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Amore di maestro

Ugo Piscopo. Terra nella sera è un piccolo regalo dell’allieva al maestro per i suoi 8o anni (lucidamente portati in piena attività): Ugo Piscopo ha trovato in Carmen Moscariello una attenta lettrice e una testimone appassionata della sua vasta e poliedrica attività creativa e critica. Questo “piccolo regalo” (ben curato nell’edizione Guida) è un libretto composito e ricco – nell’esile densità delle sue pagine – di notevoli spunti per avvicinare e interpretare l’opera letteraria di Ugo Piscopo. Appena due anni fa, l’autrice di queste pagine si era occupata del maestro con affettuosa partecipazione, in Oboe per flauto traverso. L’intensa produzione che ha caratterizzato sempre lo scrittore irpino la costringe a tornare ancora su di lui per seguirne le tappe del lavoro nelle sue sfaccettature.

Mosc P2

Qui sono infatti presi in esame gli ultimi cinque libri, diversi per temi e stile, dalla poesia al saggio, alla narrativa: dagli haiku “bellissimi” di Oscilla mille ai saggi ironici degli Idilli napoletani e alla Calabria rivisitata “extra e intra moenia”, dai sorprendenti racconti di Contrappunti e variazione su tema, al metateatro di Gramsci, chi?. Una delle costanti della scrittura di Ugo Piscopo, che ben risalta nella lettura critica di Carmen Moscariello, è il dolore. Ma un dolore assimilato, filtrato, elaborato, sopportato… poiché Piscopo, come dice nell’ampia intervista che correda questo volumetto a lui dedicato, è “uno tosto” (un “contadino che viene dalle montagne”), che la vita ha reso paziente e scaltro nell’affrontare i problemi e le persone sul suo cammino. Una volta si diceva pure che avessero “cervello fino”, quelli come lui… e a lui viene spesso lo “sfizio” (sempre per citarlo) di prendersi gioco del prossimo, del lettore nel suo caso, depistando la sua attenzione e provocandolo con pagine a sorpresa. Tutto questo gioco letterario, umanissimo, comunque, di fine psicologia, nelle pagine di Carmen Moscariello diventa infine un atto di fiducia e quindi anche di comunione, poiché è lei a farlo confessare, a far dire al vecchio maestro – un “chierico laico”, a lungo orgogliosamente scettico – di essersi, con l’età, riavvicinato a Dio. D’altronde, “la sua inquietudine si placa solo quando riesce a rubare alla natura il suo divino e a regalarcelo con la sua parola” – parole di una che lo conosce bene, che condivide la sua ricerca e sa che nelle sue “visioni” c’è sempre un “appuntamento di molte vite”, almeno la sua e le nostre.

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Brancaccio e i gatti senza paura

“Ci ha fregati” – scrissi, come faccio di solito, a caldo, in una nota a margine, leggendo sparse pagine del libro appena ricevuto dall’amico editore Amerigo… ma mi bastava quel primo approccio per comprendere quanto l’operazione letteraria del più giovane amico sapesse in verità di già vissuta scaltrezza – “ci ha fregati…” scrissi: “eteronimi per fregarci meglio – femmine e musiche per distrarci e tanta gente a fare il coro!”. Credetti così di aver subito individuato gli ingredienti del banchetto. Cibarsi, in questo caso, era sorbire tutta una serie di prelibatezze – non sempre dolci, non sempre gustose, a volte aspre o indigeste, ma tutte di fine preparazione. La cucina di Carmine ormai potrebbe far bella figura in un grande ristorante: i commensali, i lettori attenti delle sue pagine, sanno ormai cosa aspettarsi, come godersela una sua tavola imbandita.

Brancaccio SG
Ora, rileggendo qua e là, ancora a caso, mi sono imbattuto in una pagina di magistrale scrittura surreale, in un episodio dal sapore felliniano (e so che a lui il cinema piace tantissimo): quello dell’11 settembre, quasi a metà libro, “Anacoluto architettonico. Cronaca di un sogno. 11 settembre. Work in progress”: titolo, sottotitolo, determinazione cronologica (tutto il libro, del resto, è datato come un diario), nuovo titoletto… e poi un racconto allucinato, sognante e straziante nello smemorarsi del personaggio, che pure è “lui”, poiché il signor “Ceriman”, si sa, è Carmine, ma per nulla autobiografico (quando mai c’è stato nell’ascensore della Torre Nord, delle Twin Towers che una volta stavano a New York?), eppure di concretissima espressività. Perché lui no, ma Ceriman sì, eccome se c’è stato in quell’ascensore, e ha visto e sentito quello che racconta. Ecco, è qui il gioco, e qui è la bravura di un letterato che – se a volte rende scoperta la furbizia del suo fare – sa bene come lavorare per essere attraente e credibile, addirittura, almeno per chi sappia come trovare anche lui quell’ascensore che va difilato al centodecimo piano, destinazione quasi paradiso, e di lì scorgere un orizzonte prossimo, fermo come in un quadro o una quinta teatrale (o il fondale di una scena felliniana, appunto, falso e realistico al tempo stesso).
Allora, infine, forse più chiaro si fa anche il titolo – apparentemente stravagante – di questo libro: E la sera la calma paura dei gatti… A sera, infatti, i gatti hanno paura nei loro occhi, paura di quel che li aspetta, di una notte in cui saranno tutti grigi, ma è calma, la loro paura, felina, controllata – come sa chi sa mettersi di fronte allo specchio e non temere l’incontro casuale che potrebbe turbarlo, e non è che una nostra faccia dimenticata che ritorna da un lungo viaggio… e non chiede che di uscire a salutarci, a dividere un tratto di strada, di vita…

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