Un’altra “scuola” di poesia: torna il poeta camionista Ennio Cavalli

La cosa poetica di Ennio Cavalli è di quei libri che fa venire un po’ la rabbia, poiché leggerlo significa non averlo scritto (o non averlo scritto ancora – o non poterlo più scrivere così per non essere accusati di averlo copiato), poiché è così che mi piacerebbe scrivere una mia dichiarazione di poetica, con la leggerezza che forse solo chi ha scritto la favola di Po e Sia sa come usare anche scrivendo un lavoro a programma che poi programma non è – chiaro fin dall’inizio che si tratta di un viaggio (nell’imprevisto ma pure nel prevedibile), nei domini vasti eppure conosciuti/conoscibili della scrittura, del fare poesia, dell’essere cosa poetica che vive nel suo dirsi…
E si potrebbe continuare per questa via, giocando a rimbalzello con le parole tra le pagine mirabolanti di Ennio Cavalli – detective, come si definisce, “detective dell’imprevisto”. Ci fosse un indice dei nomi, si scoprirebbe forse che uno dei nomi più citati è quello di Fellini, il che spiegherebbe può darsi buona parte della messa in scena che ci viene imbandita, una fantasmagoria di parole allusive e persuasive, anche perché si allude a immagini note, e si cerca di persuadere con levità di argomentazione (ma sotto sotto… impossibile non accorgersi di quanto sia grossa e scoperta la grana del tessuto connettivo). In queste pagine – a grappoli, a spizzichi e mozzichi – c’è da cogliere in abbondanza, a saziarsi anche gli incontentabili, c’è da raccogliere una messe di suggerimenti, suggestioni, da farne indigestione. Ma lo scaltro autore di questo libro, giocando da par suo fin dal titolo (ampiamente giustificato, peraltro), si propone proprio di apparecchiare una tavola alla quale ci si possa servire a piacimento, o, anche, per necessità.

Cavalli
È un teatro interiore, quello che Cavalli allestisce per noi, chiamandoci a partecipare, facendoci consapevoli e compartecipi di un disegno letterario insolito eppure addirittura banale nell’impianto: le riflessioni di un poeta sul fare poesia (bella forza!), trasformate però quasi in un’autobiografia, farcita peraltro di rimandi ad altre biografie di riferimento, affinché il lettore sappia sempre che si tratta comunque di exempla, di inviti a riflettere attraverso modelli che hanno funzionato e dovrebbero ancora funzionare, se applicati al meglio.
Ha paura di dirla “grossa”, ma pur la dice, l’autore di questo vademecum doppiamente improprio – il fatto è che lo scrive come un vadesecum, per fare il punto sulle proprie convinzioni, di poetica, e non solo, ma lo scrive anche perché abbia un valore pedagogico, una “scuola di poesia” sul campo (dal fronte, si direbbe, considerando la sua natura di giornalista, di inviato… Una sorta di autoanalisi che diventa psicoterapia). Ecco perché la dice “grossa” e “ancora più grossa” – ma non lo è. Sarebbe addirittura ovvio, almeno per noi che viviamo di poesia, lo è: “Se ci fosse più educazione alla poesia“, dice lui, “con una buona dose di poesia in corpo, nella mente, a portata di mano”, migliorerebbe la nostra vita, ne comprenderemmo meglio il senso, e saremmo disposti a vedere il bello del mondo come ora non sappiamo fare.
“Non c’è vita che almeno per un attimo non sia stata immortale”: con questa citazione dalla nobel Szymborska entriamo nel grande tema del tempo e della poesia che lo perpetua. È una delle sue potenzialità più evidenti, la forza della poesia che “vince di mille secoli il silenzio”. Basta farla parlare, darle voce, e qualunque lettore invitato a tavola, al desco della parola (“messo t’ho innanzi, omai per te ti ciba!” esortava il padre Dante), potrà spiluzzicare o abbuffarsi…
“Il lettore è l’altra metà dell’opera”: l’abbiamo già sentita, ma il poeta aspetta sempre qualcuno che gli porga l’altra guancia – solo così ha senso e fine l’operazione dello scrivere, soltanto se la cosa da privata diventa pubblica, diventando un po’ altra cosa da quel che avevamo in mente, ma prendendo altra vita, vivendo oltre la nostra.

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