Archivi del mese: agosto 2014

Una presa di tabacco poetico per tutti

Le traduzioni di Franco Buffoni

Una trentina di autori, tutti abbastanza noti, anche tra i classici della poesia contemporanea, ma pure tra i classici e basta (esempio sommo: Shakespeare) – tutti qui accomunati dalla passione di un professore italiano che non ha mai smesso di insegnare ad amare la poesia, forse perché è poeta egli stesso, e nella sua veste o professione di traduttore si è fatto interprete più che traduttore. Franco Buffoni opera infatti, nella sua Una piccola tabaccheria, su un doppio livello di interpretazione, prendendosi più volte anche il gusto, a modo suo, di “tradire” (che però è tradere, non trasgredire). Ma, se alcune libertà di resa possono lasciare un po’ perplessi, il professore sa come giustificarle, vestendo i panni del poeta, rispettando comunque il sentire originale – adattandovi la sua mente e la sua lingua.

Buffoni tab
“Mia ferma convinzione – sostiene Buffoni presentandosi in copertina – è che non di fedeltà si dovrebbe parlare, bensì di lealtà”. In questo termine per lui (e si può ben essere d’accordo) è compresa un’alea di libertà che pure non intende offendere, per quanto appunto liberamente si provi a darsi ad altri: “lasciatemi divertire”, dice ancora Buffoni, e intende proprio de-vertere, farsi un giretto ogni tanto con un nuovo amico, al quale prestare voce e del quale riprodurre la voce. La più nobile attività che possa intraprendere un poeta: rinunciare per un po’ alla parola privata per dedicarsi a far parlare nella sua lingua i poeti che si esprimono (si sono espressi) in altre lingue. Un gioco, in fin dei conti, fatto alla luce del sole, ben dichiarando la propria natura di mallevadore, ambasciatore, divulgatore (se è vero, e lo è, che “un poeta è un costruttore e un divoratore di linguaggi”). Deve solo essere chiaro il metodo da adoperare nella tra-duzione.
Indicare gli esiti migliori delle prove offerte da Buffoni in questa sua collezione, che fin dal titolo si diverte a fare il verso ad un altro (sembra alludere aversi di Pessoa, peraltro qui non presente), non avrebbe che il gusto del classificare, fosse possibile, almeno temi e forme. I poeti qui tradotti sono raccolti in ordine cronologico, da Hafez di Shiraz alla gallese Gwyneth Lewis, e i contenuti delle loro poesie sono i più vari. Una piccola tabaccheria si apre quindi ai gusti diversi di chi ama la poesia, ciascuno potendovi trovare il fumo desiderato per godersi un quarto d’ora di abbandono, di-vertimento, inseguendo nelle parole dei poeti tradotti da Buffoni anche le parole di Buffoni stesso, i suoi modi e stilemi, le sue ansie e i suoi sogni (coniugati negli amati Tranströmer – presente 17 volte! – e Larkin, Heaney, Auden, Stevens)…

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La luna in albanese

Con la traduzione di Ilire Zajmi e la supervisione di Anton Nike Berisha, il “Dialogo alla Luna” è stato pubblicato in albanese a Prishtina.

82b Luna

Peccato non saperlo leggere – mi dicono che è una buona traduzione: sono contento di quest’uscita ancora nei Balcani (tra due mesi sarò a Tetove per il Festival “Ditet e Naimit”)…

Ecco i primi frammenti del Dialogo…

Quante lune…

 

Quante lune… / Sono sempre la stessa…

faccia di clown o da schiaffi sbarazzina

fluttuante dannunziana nel crepuscolo /

quante volte ci siamo incontrati

e lo sapevo / se ritrosa verginella

mi chiamavi o sensuale cortigiana

imbellettata o giocatrice imprendibile /

 

eri la stessa anche se ti vedevo

o ti fingevo perché ti desideravo

diversa / e come mi vedevi io ero:

gondolìn d’argento o scoglio naufrago

nel cielo /quando anch’io cambiavo

guardandoti / e davi a me la colpa… /

:io lo sapevo tu eri appena un alibi

 


Sa hëna…


Sa hëna… / Jam përherë e njëjta

Fytyrë klouni a fytyrw lozonjare /

Danunciane lundruese në muzg  

Sa herë jemi takuar

E dija / nëse virgjereshë të turpshme

më quaje o kurtizanë sensuale

të grimosur apo lojëtare të pakapshme /

 

…ishe e njëjta edhe nëse të shihja

o shtiresha se të dëshiroja të

ndryshme/ e si më shihje isha unë:

gondolier i argjendtë a shkëmb i mbytur në qiell /

kur edhe unë ndryshoja

duke të soditur / më lije mua fajin /

po unë e dija se ishe vetëm një alibi


***

Quante lune – anche stasera diversa…

(come stanca mi appari e so che sono

stanco e non ho voglia di scoprire

quali grumi di parole si ribellano

alla porta socchiusa e non vogliono

farsi vedere uscire darsi luce )…

se tu mi abbracci voglio riposare

e dedicarti sommessa una canzone

 

 

/ Ma se canti non ti passa – non è tempo

di cantare se piuttosto hai da sentire

quali voci ancora in coro nel tuo cuore

stiano lì a mormorare la preghiera

chiaramente inesprimibile :un sussurro

che però tu comprendi e puoi tradurre:

ciascuna voce decifrando sciogliere

di quante tue reliquie l’armonia /

 

 

            ***

Sa hëna – edhe sonte ndryshe

(sa e lodhur më dukesh e di se jam i lodhur

e nuk dëshiroj të zbuloj

cilat gjunga fjalësh rebelohen

te porta gjysmë e mbyllur e nuk duan të

dalin në dritë )…

nëse ti më përqafon dua të pushoj

përunjësisht të përkushtoj një këngë

 

/ Nëse këngën s‘ta ka ënda   – nuk është koha të

këndosh nëse do dëgjosh

disa zëra në korin e zëmrës tënde

janë aty duke të përshpëritur

lutjen e pashprehur :një përshpërimë  

që ti e kupton e mund ta përkthesh:

duke deshifruar secilin zë që shkrinë

harmoni sa reliktet e tua /

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Un’altra “scuola” di poesia: torna il poeta camionista Ennio Cavalli

La cosa poetica di Ennio Cavalli è di quei libri che fa venire un po’ la rabbia, poiché leggerlo significa non averlo scritto (o non averlo scritto ancora – o non poterlo più scrivere così per non essere accusati di averlo copiato), poiché è così che mi piacerebbe scrivere una mia dichiarazione di poetica, con la leggerezza che forse solo chi ha scritto la favola di Po e Sia sa come usare anche scrivendo un lavoro a programma che poi programma non è – chiaro fin dall’inizio che si tratta di un viaggio (nell’imprevisto ma pure nel prevedibile), nei domini vasti eppure conosciuti/conoscibili della scrittura, del fare poesia, dell’essere cosa poetica che vive nel suo dirsi…
E si potrebbe continuare per questa via, giocando a rimbalzello con le parole tra le pagine mirabolanti di Ennio Cavalli – detective, come si definisce, “detective dell’imprevisto”. Ci fosse un indice dei nomi, si scoprirebbe forse che uno dei nomi più citati è quello di Fellini, il che spiegherebbe può darsi buona parte della messa in scena che ci viene imbandita, una fantasmagoria di parole allusive e persuasive, anche perché si allude a immagini note, e si cerca di persuadere con levità di argomentazione (ma sotto sotto… impossibile non accorgersi di quanto sia grossa e scoperta la grana del tessuto connettivo). In queste pagine – a grappoli, a spizzichi e mozzichi – c’è da cogliere in abbondanza, a saziarsi anche gli incontentabili, c’è da raccogliere una messe di suggerimenti, suggestioni, da farne indigestione. Ma lo scaltro autore di questo libro, giocando da par suo fin dal titolo (ampiamente giustificato, peraltro), si propone proprio di apparecchiare una tavola alla quale ci si possa servire a piacimento, o, anche, per necessità.

Cavalli
È un teatro interiore, quello che Cavalli allestisce per noi, chiamandoci a partecipare, facendoci consapevoli e compartecipi di un disegno letterario insolito eppure addirittura banale nell’impianto: le riflessioni di un poeta sul fare poesia (bella forza!), trasformate però quasi in un’autobiografia, farcita peraltro di rimandi ad altre biografie di riferimento, affinché il lettore sappia sempre che si tratta comunque di exempla, di inviti a riflettere attraverso modelli che hanno funzionato e dovrebbero ancora funzionare, se applicati al meglio.
Ha paura di dirla “grossa”, ma pur la dice, l’autore di questo vademecum doppiamente improprio – il fatto è che lo scrive come un vadesecum, per fare il punto sulle proprie convinzioni, di poetica, e non solo, ma lo scrive anche perché abbia un valore pedagogico, una “scuola di poesia” sul campo (dal fronte, si direbbe, considerando la sua natura di giornalista, di inviato… Una sorta di autoanalisi che diventa psicoterapia). Ecco perché la dice “grossa” e “ancora più grossa” – ma non lo è. Sarebbe addirittura ovvio, almeno per noi che viviamo di poesia, lo è: “Se ci fosse più educazione alla poesia“, dice lui, “con una buona dose di poesia in corpo, nella mente, a portata di mano”, migliorerebbe la nostra vita, ne comprenderemmo meglio il senso, e saremmo disposti a vedere il bello del mondo come ora non sappiamo fare.
“Non c’è vita che almeno per un attimo non sia stata immortale”: con questa citazione dalla nobel Szymborska entriamo nel grande tema del tempo e della poesia che lo perpetua. È una delle sue potenzialità più evidenti, la forza della poesia che “vince di mille secoli il silenzio”. Basta farla parlare, darle voce, e qualunque lettore invitato a tavola, al desco della parola (“messo t’ho innanzi, omai per te ti ciba!” esortava il padre Dante), potrà spiluzzicare o abbuffarsi…
“Il lettore è l’altra metà dell’opera”: l’abbiamo già sentita, ma il poeta aspetta sempre qualcuno che gli porga l’altra guancia – solo così ha senso e fine l’operazione dello scrivere, soltanto se la cosa da privata diventa pubblica, diventando un po’ altra cosa da quel che avevamo in mente, ma prendendo altra vita, vivendo oltre la nostra.

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