Un corenese d’Australia

Sarebbe esercizio minimalista parlare di minimalismo per questi versi di Un albero per ombrello, come sarebbe ipocritamente fuorviante parlare di poesia autoreferenziale per uno che scrive quasi sempre in prima persona tratteggiando in maniera esemplare la propria vita. Tant’è: Mariano Coreno parla di sé perché è l’argomento che conosce meglio, ma lo fa smorzando i toni, usando – forse poiché vive da mezzo secolo e più in Australia – quel particolare understatement anglosassone a noi poco congeniale, ma essenziale quando si voglia (come lui fa) sommessamente raccontarsi sperando di essere ascoltati. Certi però, consapevoli che la parola comunicata possa valere per chi riceve il messaggio come per chi lo trasmette. Operazione di salvezza, quindi, non solo per l’autore, che scrive, racconta e distilla il “miele” e il “sale” dei giorni, ma per il lettore che assapora e vive, di quei giorni, il racconto distillato nei versi.

Coreno

Mariano Coreno si dovrebbe definirlo “il poeta della vita”, tanta la sua attenzione al mondo quotidiano, allo scorrere del tempo, alle forze che regolano l’esistenza. La vita è nella natura – la natura si fa poesia (valga ad esempio “La mimosa”) – la poesia vive. In questo ciclo si scopre la stessa dimensione umana, e la si definisce in maniera filosofica, cioè eminentemente poetica (“Inabitabile”). Per comprendere l’essenza – e quindi il valore – di un libro, possono bastare poche pagine; per capire con chi si ha a che fare, leggendo una raccolta di versi, è sufficiente coglierne pochi – parlanti, convincenti, partecipabili, abitabili (si direbbe proprio parafrasando lo stesso Mariano Coreno di questa sua silloge delicata e pregevole).
La poesia – se è tale, se parla e comunica, appunto – la si può partecipare e abitare come una casa nostra, come una spazialità da condividere. Perciò addirittura il cane Gilda si lascia morire per ritrovare il padrone morto: la morte è una prosecuzione della vita, e pertanto anch’essa è “abitabile”, senza tante paure, senza patemi, con la stessa naturalezza con la quale va affrontata la vita. Così come vive l’attesa e la morte stessa la madre, che è anello vitale, da cui si riceve la vita e – morendo – prepara a morire. E insegna che morire non è “un fatto triste”, ma “una nuova vita, dove più non si muore”. Basta crederci, non è facile, ma in queste poesie così dense e vitali di Mariano Coreno si può leggere la fede nella vita, la convinta adesione ad un credo salvifico poiché frutto delle leggi che si vedono reggere il mondo, quello che noi abitiamo e pertanto ci appartiene.
È un fatto naturale, quindi, la poesia, come l’alternarsi del giorno e della notte, e delle stagioni, come il bacio dell’onda sulla riva del mare. Come un raggio di sole, anche se qui (ma non sembri un paradosso, piuttosto un inno alla vita, appunto vista come bellezza che fa nascere poesia), il sole “si riscalda” guardando le “belle ragazze sulla spiaggia” che lo “rallegrano”. Immagine imperdibile, da prendere a simbolo di questo piccolo libro appassionato (complimenti per la scelta, e l’impaginazione dei testi, che non dev’essere stata facile). La poesia nasce dal calore che ci dà la vita, ed è un bene inalienabile (per fortuna!): “Di comporre poesia non finisco proprio mai”… e perché dovrebbe, uno come Mariano Coreno che la pratica e la vive da alcuni decenni, che ce la propone con tale grazia espressiva e affettuosa complicità di uomo di mondo, anche se il suo mondo ormai è quel continente lontano e così diverso dalle nostre terre – dove però è rimasta l’anima, dove è ancora possibile dire “lì solo esiste Dio”.
Mariano Coreno è un cuore che balla il tango (dice, e così riesce a sollevarsi dal fango dei giorni), nell’affannosa corsa in cerca di parole nuove, per comporre la poesia mai finita che è la sua vita – che gli si deve augurare ancora lunga, se vale (ad majora, semper!) come ispiratrice di poesia, per lui e per chi poi la legga – per noi.

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