Archivi del mese: luglio 2014

Un corenese d’Australia

Sarebbe esercizio minimalista parlare di minimalismo per questi versi di Un albero per ombrello, come sarebbe ipocritamente fuorviante parlare di poesia autoreferenziale per uno che scrive quasi sempre in prima persona tratteggiando in maniera esemplare la propria vita. Tant’è: Mariano Coreno parla di sé perché è l’argomento che conosce meglio, ma lo fa smorzando i toni, usando – forse poiché vive da mezzo secolo e più in Australia – quel particolare understatement anglosassone a noi poco congeniale, ma essenziale quando si voglia (come lui fa) sommessamente raccontarsi sperando di essere ascoltati. Certi però, consapevoli che la parola comunicata possa valere per chi riceve il messaggio come per chi lo trasmette. Operazione di salvezza, quindi, non solo per l’autore, che scrive, racconta e distilla il “miele” e il “sale” dei giorni, ma per il lettore che assapora e vive, di quei giorni, il racconto distillato nei versi.

Coreno

Mariano Coreno si dovrebbe definirlo “il poeta della vita”, tanta la sua attenzione al mondo quotidiano, allo scorrere del tempo, alle forze che regolano l’esistenza. La vita è nella natura – la natura si fa poesia (valga ad esempio “La mimosa”) – la poesia vive. In questo ciclo si scopre la stessa dimensione umana, e la si definisce in maniera filosofica, cioè eminentemente poetica (“Inabitabile”). Per comprendere l’essenza – e quindi il valore – di un libro, possono bastare poche pagine; per capire con chi si ha a che fare, leggendo una raccolta di versi, è sufficiente coglierne pochi – parlanti, convincenti, partecipabili, abitabili (si direbbe proprio parafrasando lo stesso Mariano Coreno di questa sua silloge delicata e pregevole).
La poesia – se è tale, se parla e comunica, appunto – la si può partecipare e abitare come una casa nostra, come una spazialità da condividere. Perciò addirittura il cane Gilda si lascia morire per ritrovare il padrone morto: la morte è una prosecuzione della vita, e pertanto anch’essa è “abitabile”, senza tante paure, senza patemi, con la stessa naturalezza con la quale va affrontata la vita. Così come vive l’attesa e la morte stessa la madre, che è anello vitale, da cui si riceve la vita e – morendo – prepara a morire. E insegna che morire non è “un fatto triste”, ma “una nuova vita, dove più non si muore”. Basta crederci, non è facile, ma in queste poesie così dense e vitali di Mariano Coreno si può leggere la fede nella vita, la convinta adesione ad un credo salvifico poiché frutto delle leggi che si vedono reggere il mondo, quello che noi abitiamo e pertanto ci appartiene.
È un fatto naturale, quindi, la poesia, come l’alternarsi del giorno e della notte, e delle stagioni, come il bacio dell’onda sulla riva del mare. Come un raggio di sole, anche se qui (ma non sembri un paradosso, piuttosto un inno alla vita, appunto vista come bellezza che fa nascere poesia), il sole “si riscalda” guardando le “belle ragazze sulla spiaggia” che lo “rallegrano”. Immagine imperdibile, da prendere a simbolo di questo piccolo libro appassionato (complimenti per la scelta, e l’impaginazione dei testi, che non dev’essere stata facile). La poesia nasce dal calore che ci dà la vita, ed è un bene inalienabile (per fortuna!): “Di comporre poesia non finisco proprio mai”… e perché dovrebbe, uno come Mariano Coreno che la pratica e la vive da alcuni decenni, che ce la propone con tale grazia espressiva e affettuosa complicità di uomo di mondo, anche se il suo mondo ormai è quel continente lontano e così diverso dalle nostre terre – dove però è rimasta l’anima, dove è ancora possibile dire “lì solo esiste Dio”.
Mariano Coreno è un cuore che balla il tango (dice, e così riesce a sollevarsi dal fango dei giorni), nell’affannosa corsa in cerca di parole nuove, per comporre la poesia mai finita che è la sua vita – che gli si deve augurare ancora lunga, se vale (ad majora, semper!) come ispiratrice di poesia, per lui e per chi poi la legga – per noi.

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Negli occhi degli altri

Dall’ultimo libro di Irene Vallone, Negli occhi degli altri, tre poesie tradotte in esperanto da Amerigo Iannacone:

Disegnando un quadro

Non è vero che la vita comincia a quarant’anni:
ci sono voluti quarant’anni per arrivarci,
ma da qui si può solo salire,
inerpicandosi su impervi crinali,
tra rovi e sconnessioni, cercandola
la via, disegnandolo un quadro
depositario del passato

Skizante bildon

Ne estas vere ke la vivo ekas kvardekjaraĝe:
necesis kvardek jaroj por alveni tien,
sed de tie ĉi oni povas nur supreniri,
grimpante sur neireblajn firstojn,
inter rubusoj kaj senligaĵoj, serĉante ja
la vojon, skizante ja bildon
gardanton de la pasinteco

 

Sorriso

Mi hai sorriso
i tuoi occhi erano teneri

mi hai parlato
i tuoi occhi erano lucidi

mi hai guardata
i tuoi occhi erano rossi

…i miei si specchiavano

28 agosto 2011

Rideto

Vi ridetis al mi
viaj okuloj estis teneraj

vi parolis al mi
viaj okuloj estis brilaj

vi rigardis min
viaj okuloj estis ruĝaj

…la miaj speguliĝis

28an de aŭgusto 2011a

 

Arpa

Arrangiate le note suadenti
Rincorrono movenze seducenti
Portando le dita a inseguirsi
Ancorate alle corde fluttuanti

Spigno, 9 novembre 2008

Harpo

La logaj notoj aranĝitaj
Postkuras ĉarmajn moviĝojn
Igante la fingrojn persekuti sin
Alkroĉite ĉe la fluktuantaj kordoj

Spinjo, 9an de novembro 2008a

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Nicola Napolitano: SCUOLA DI POESIA

Un libro (che altro?) per ricordare a cento anni dalla nascita un intellettuale periferico, autore di libri vari di poesia, narrativa, saggistica, e soprattutto uomo di scuola, docente e preside in Istituti del Golfo di Gaeta. Nato a Casale di Carinola nel gennaio del 1914, morto a Formia nel novembre del 2003.
Lo salutano in questo libro delle Edizioni Eva (Scuola di poesia. Nicola Napolitano a cento anni dalla nascita) un gruppo di amici e conoscenti, riuniti un po’ a caso, un po’ perché rappresentano la continuità di un discorso letterario, dal figlio Giuseppe, il quale ha curato la raccolta degli interventi e tradotto quelli in francese.

2014 Nicola
Ci sono infatti in questa pubblicazione anche i saluti affettuosi (espressi in forma poetica) di Georges Drano e Nicole Stamberg, che conobbero Nicola Napolitano nel 2000. C’è Carlos Vitale, il suo traduttore in spagnolo (autore di un piccolo libro uscito a Barcellona: Pasado presente). Ci sono gli amici della sua terra, Pasquale Cominale e Michele Lepore, con commosse testimonianze; i suoi figli spirituali: gli scrittori Leone D’Ambrosio, Amerigo Iannacone, Antonio Vanni, anche loro con pagine pervase di umana partecipazione. Ci sono quelli che lo hanno conosciuto solo attraverso i suoi libri: Aldo Cervo (professore e critico), Rossella Fusco (poetessa), Grazia Sotis (insegna alla Loyola University), autrice di una lettura critica dell’opera in prosa. C’è Irene Vallone, poetessa, che ha sposato Giuseppe; c’è Rossella Tempesta, poetessa, che è andata a vivere nella casa dove Nicola Napolitano aveva vissuto gli ultimi anni. Infine: Marcello R. Caliman, giornalista e operatore culturale che ha scritto una nota biografica fortemente partecipata; il professor Anton Nikë Berisha (insegna Letteratura albanese a Cosenza) con pagine ispirate sulla poesia e Athanase Vantchev de Thracy, poeta francese di origini bulgare, che ha scritto una poesia dedicata a Nicola Napolitano, senza conoscerlo, senza aver letto niente, solo per l’amicizia spirituale nata attraverso le parole del figlio Giuseppe.

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