AVERE TRENT’ANNI: Federica D’Amato e la necessità di crescere

Federica D’Amato, prima ancora di avere e pubblicare Avere trent’anni, di libri ne ha già pubblicati, non solo di poesia. Considerato che questo suo piccolo (elegantissimo) libro dell’Editore Ianieri è dichiaratamente un bilancio – e un lavoro su di sé al fine di ri-lanciarsi nella vita – può “servire” a qualcuno la sua poesia? E fare anche noi con lei un bilancio, aiuta i nostri giorni ad essere migliori? Un addetto ai lavori può trovarci non solo pane, ma pure il companatico per i suoi denti: è una poesia di pensiero, la sua, la migliore per essere assimilata (quella dei sentimenti rischia di provocare invidia e tiene a distanza). È una poesia di finta nonchalance, di apparente immediatezza – nel presentare argomenti, situazioni, emozioni, rapporti.

D'AmatoUn’ardita spericolata scansione di versi costringe a correre spesso in cerca di un approdo, almeno un appoggio, che – solo a volte, per fortuna – non c’è, o è nascosto così bene da sfuggire all’analisi sommaria del testo. Perché: e chiederselo non è già emettere sentenze e nemmeno giudizi – ma perché si preferisce così tanto rischiare l’oscuro? per celare magari un momento di afasia (e sarebbe pure comprensibile), una caduta di fiducia nelle possibilità di comunicare…
Ma qui è proprio la parola la salvezza, nell’incalzare degli anni che impongono accurate indagini esistenziali o perigliose periclitose accelerazioni di percorsi pur prevedibili e non per questo agevoli. Qui, ora, bisogna fare i conti con quello che si vorrebbe dire e non si sa bene come dire. A chi, poi… L’interlocutore ideale sembra nascondersi, scontroso o scherzoso, e varrebbe anche la pena sforzarsi ancora un po’ per accattivarsene le buone intenzioni – ma più forte è il desiderio, la volontà, l’urgenza di non farsi del male, di restare nel guscio (la parola/nido) e permettere – al massimo – a qualcuno di affacciarsi alla finestra a curiosare.
Il laboratorio del fare è interdetto a chi non sappia o non voglia o non riesca a manifestare una disponibilità d’animo degna di ascolto. Non a tutti è consentito l’accesso: qui si lavora per costruire un futuro, o ricostruire una identità che gli anni mettono in dubbio. Non si è certo più fanciulli, non si meritano più le coccole gratuite, bisogna invece meritare di crescere (riconoscere anzi che la crescita è avvenuta). Qui “accade proprio questo”: ci si mette in discussione, forse anche in gioco – e la posta è ben alta, è “entrare nel tempo e segnare per sempre” (un gol per la storia). Se è vero che ci si impone di “dover crescere a tutti i costi”, è anche vero che “forse oggi si cresce a caso”; non sempre si ha la voglia o la possibilità di misurarsi con modelli adeguati. Non tutti si ha chiaro dove andare, e come e perché, e con chi e a far cosa… Non è ancora troppo gonfia la valigia della memoria, eppure pesa e quel peso ci rallenta, se non ci aiutano a (sop)portarlo.
È troppo facile dichiarare che “a trent’anni capii che l’unica calma era scrivere” – addirittura tautologico per una che fa quasi il mestiere di scrivere, ma è anche bene ricordarlo: un esempio è più credibile se viene da chi l’ha vissuto; è perciò che il poeta (e la poetessa pure, se ha “fame di essere una madre diversa”) si spoglia di sé e in sé, offrendosi, esponendosi per insegnare a volersi bene.

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