Nuova Emma Mazzuca in “QUANDO IL CIELO S’INCLINA “

Io sono quel che ho donato
– poiché molto ho amato…

Emma Mazzuca non è autrice che tema la verità, non le si nasconde. E la verità è nuda, e lei lo sa – e si spoglia, mette ancora una volta a nudo il suo animo (è alla quarta pubblicazione e cresce con evidenza la sua competenza nel campo), e non ha paura di mostrarne perfino le ferite, ricevute nel seguire un’esistenza spesso ingrata del dono stesso che lei ha fatto di sé. Nel suo continuo dirsi (e quindi darsi), questa poetessa che è arrivata piuttosto tardi al banchetto della parola ma non vuole contentarsi delle briciole, sta imparando le regole del gioco: come dosare gli ingredienti e preparare (e quindi offrire) anche al lettore un banchetto dal quale prendere e vivere di quel cibo ideale che è appunto la parola del poeta.

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Sopravviene il dubbio, a volte, che nemmeno le parole possano dire quel che si dona per amore (in “Non parlo di lemmi né fiori”), la paura di non avere abbastanza forza per esternare “quel che ditta dentro” e farne voce che comunica. Capita, “a volte”, che “anche la poesia si genuflette / dinnanzi alla sua pagina bianca” (in “A volte”), ma questo avviene, a volte, “per osservare il mondo”, quando, nella pagina bianca, anzi “dietro di essa”, la poesia “si rifugia” – sdegnosa o piuttosto misericordiosa – comunque vigile e paziente. Ci sono in questo libro, piuttosto evidenti, diverse dichiarazioni di poetica, che mostrano quanto l’autrice tenga a chiarirsi e – per quanto possibile – definire l’ambito estetico nel quale ormai sente di operare con merito, a pieno titolo. Esemplare è “La poesia”, che si apre con un verso da antologia (una di quelle epigrafi interne che spesso gli autori nascondono proprio perché diano la gioia della scoperta): “solitaria la poesia percorre il mondo”, di vaga ascendenza petrarchesca (alla quale sembrano anche rifarsi espressioni come “esco nei campi / e nelle acque mi cerco e nelle ombre”) – ma fa pure pensare al Saba solitario cantore della “poesia onesta”.
La conoscenza della grande poesia classica non è d’altronde esibita, ma pure si coglie qua e là uno sprazzo di echi assimilati, un’eco di lampi che schiarano il tormento della via (anche la sensuale intensità pittorica di Saffo, in “Il sole è già calato all’orizzonte”). E non è una via percorsa invano, malgrado i rovesci della sorte abbiano impedito di giungere dove si pensava, si sperava… anche se alla fine ci si trova “con nelle mani soltanto una poesia”, è proprio quella che darà il segnale della ripartenza, e la forza per tentare nuove uscite dalla stanza/prigione nella quale troppo si avverte il peso del vissuto. Abbiamo (è la poesia che ce le dà) “un mazzo di chiavi immaginarie”: sono la salvezza, il passaporto per un mondo che aspetta solo di essere scoperto.
Anche certe durezze, le sbavature espressive e le asprezze linguistiche, certe apparenti esitazioni nel dire e poi le riprese a scatto, sono segnali di quanto l’autrice aderisca – voglia profondamente, totalmente aderire – alla materia narrata, che è proprio il racconto appassionato di una storia, il fluire inarrestabile di emozioni provate, dalla gioia all’amarezza, dalla conquista alla perdita – tutto è vivo e palpita nei versi che però a volte sfuggono al controllo formale e si spandono in commosso disordine: è la spontaneità che vince su ogni regola, come la storia che vi si sviluppa, qui, regna malgrado gli ostacoli, i limiti che vorrebbero imbrigliarla.
Ci sono versi, in questo libro, che si potrebbe raccogliere in un super testo. Ci sono molte poesie che meriterebbero di formare una super silloge, e pazienza se sono accompagnate da altre meno sicure, comunque meno convincenti – tutto è testimonianza di un gioco (“giochiamo ancora alla Speranza”) al quale Emma Mazzuca si è affidata: il grande gioco della vita e, in questo, il piccolo gioco della vita a due… Non ha vino l’ultimo punto, e ha perso una partita, ma solo per accorgersi che “al termine della strada / in lontananza scopri che l’inizio / della strada non esiste”: è come uscire dallo specchio di Alice e scoprire che il viaggio al di là è stato un sogno, meraviglioso stordimento dei sensi, “mutevole luce di quella fugacità” che ci ostiniamo a chiamare vita. E ne è pallida immagine. Canto sommesso della vita, “melodia di stelle quiete”.

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