Archivi del mese: maggio 2014

Simone non giustifica…

Simone Di Biasio, Assenti ingiustificati, EdiLet

 

Di Biasio S

Basta il titolo a spiegare e giustificare questo libro, poiché il titolo del libro d’esordio del giovane Di Biasio rimanda al testo che – pur non essendo in posizione dominante – è il testo eponimo del libro e comunque ne espone il tema centrale. Simone Di Biasio pubblica Assenti ingiustificati proprio per dare una bacchettata sulle mani a tutti coloro che dimenticano l’importanza della scuola… Ma la scuola qui è madre natura e, come scrive Damiani nella prefazione: ricordiamoci di “andarci, finalmente, a scuola” – troppo spesso fingiamo di sapere e dimentichiamo il dovere di imparare sempre, anche ad essere semplicemente quel che siamo. Anche la citazione in esergo dall’amato de Libero consente a Di Biasio di tirare le orecchie al lettore, che non finisca a perdere il treno giusto mentre aspetta chi non sa riconoscere. Andiamo quindi a lezione dalla natura, perché ci faccia esperti delle “cose elementari e delle cose superiori”, e ci insegni soprattutto a non essere “distratti”. Almeno, forse, ci renderemo conto di “quale inizio stiamo distruggendo”… In questo libro, una sorpresa di piccola saggezza distillata in versi, si incontra l’uomo con le sue domande e le poche risposte. Si trova la società dei consumi che si consuma (com’era bella quella “Prima della tv”! – e non è l’unica frecciata contro); e si trova il desiderio di un desiderio che sia vero (un “sorriso” che restituisca “vita ai corpi”) e non finzione telematica (di che potrebbe stupirsi un redivivo Charlot: “nei tempi postmoderni” ci sono “vite che hanno sviluppato la finzione”, abitate dall’abitudine). In definitiva, conviene accettare l’invito di Simone Di Biasio, chiedere a papà una giustificazione firmata e responsabile, e tornare a scuola: gli assenti ingiustificati poco imparano, se non imparano che la vita è studio, ma è uno specchio in cui studiamo noi stessi, se siamo onesti e riconosciamo il vuoto in cui ci stiamo sprofondando. In questo libro – che ci si deve subito augurare sia presto seguito da altre convincenti prove – troviamo una spinta a guardarci dentro che ci proietta oltre il presente.

 

 

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AVERE TRENT’ANNI: Federica D’Amato e la necessità di crescere

Federica D’Amato, prima ancora di avere e pubblicare Avere trent’anni, di libri ne ha già pubblicati, non solo di poesia. Considerato che questo suo piccolo (elegantissimo) libro dell’Editore Ianieri è dichiaratamente un bilancio – e un lavoro su di sé al fine di ri-lanciarsi nella vita – può “servire” a qualcuno la sua poesia? E fare anche noi con lei un bilancio, aiuta i nostri giorni ad essere migliori? Un addetto ai lavori può trovarci non solo pane, ma pure il companatico per i suoi denti: è una poesia di pensiero, la sua, la migliore per essere assimilata (quella dei sentimenti rischia di provocare invidia e tiene a distanza). È una poesia di finta nonchalance, di apparente immediatezza – nel presentare argomenti, situazioni, emozioni, rapporti.

D'AmatoUn’ardita spericolata scansione di versi costringe a correre spesso in cerca di un approdo, almeno un appoggio, che – solo a volte, per fortuna – non c’è, o è nascosto così bene da sfuggire all’analisi sommaria del testo. Perché: e chiederselo non è già emettere sentenze e nemmeno giudizi – ma perché si preferisce così tanto rischiare l’oscuro? per celare magari un momento di afasia (e sarebbe pure comprensibile), una caduta di fiducia nelle possibilità di comunicare…
Ma qui è proprio la parola la salvezza, nell’incalzare degli anni che impongono accurate indagini esistenziali o perigliose periclitose accelerazioni di percorsi pur prevedibili e non per questo agevoli. Qui, ora, bisogna fare i conti con quello che si vorrebbe dire e non si sa bene come dire. A chi, poi… L’interlocutore ideale sembra nascondersi, scontroso o scherzoso, e varrebbe anche la pena sforzarsi ancora un po’ per accattivarsene le buone intenzioni – ma più forte è il desiderio, la volontà, l’urgenza di non farsi del male, di restare nel guscio (la parola/nido) e permettere – al massimo – a qualcuno di affacciarsi alla finestra a curiosare.
Il laboratorio del fare è interdetto a chi non sappia o non voglia o non riesca a manifestare una disponibilità d’animo degna di ascolto. Non a tutti è consentito l’accesso: qui si lavora per costruire un futuro, o ricostruire una identità che gli anni mettono in dubbio. Non si è certo più fanciulli, non si meritano più le coccole gratuite, bisogna invece meritare di crescere (riconoscere anzi che la crescita è avvenuta). Qui “accade proprio questo”: ci si mette in discussione, forse anche in gioco – e la posta è ben alta, è “entrare nel tempo e segnare per sempre” (un gol per la storia). Se è vero che ci si impone di “dover crescere a tutti i costi”, è anche vero che “forse oggi si cresce a caso”; non sempre si ha la voglia o la possibilità di misurarsi con modelli adeguati. Non tutti si ha chiaro dove andare, e come e perché, e con chi e a far cosa… Non è ancora troppo gonfia la valigia della memoria, eppure pesa e quel peso ci rallenta, se non ci aiutano a (sop)portarlo.
È troppo facile dichiarare che “a trent’anni capii che l’unica calma era scrivere” – addirittura tautologico per una che fa quasi il mestiere di scrivere, ma è anche bene ricordarlo: un esempio è più credibile se viene da chi l’ha vissuto; è perciò che il poeta (e la poetessa pure, se ha “fame di essere una madre diversa”) si spoglia di sé e in sé, offrendosi, esponendosi per insegnare a volersi bene.

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COSE COMUNI ma imperdibili… la poesia di Chiara Scrobogna

“Poesia non deve per forza parlare di Viet-Nam”, scrivevo quaranta (e più) anni fa, quando sembrava che la poesia dovesse (e non potesse altrimenti) essere impegnata, che gli intellettuali degni di questo nome, e i poeti, anche, avessero il compito di far riflettere su quanto succedeva, eccetera… Come se non lo avessero sempre fatto, sebbene ora fosse più difficile scegliere un campo e rimanere se stessi, cioè liberi nei sentimenti e nelle maniere di esprimerli per comunicarli. “Non so dire all’uomo che povere cose comuni: la vita, l’amore, il tutto che siamo”, scrissi ancora in quegli anni…
Ed ecco che una signora fresca di pensione, dopo aver dedicato solo al lavoro la propria esistenza, decide di parlare all’uomo della sua vita quotidiana, di quella vissuta e ricordata, di quella che attraversa ogni giorno, di quella che si augura, per sé e i figli e tutti coloro che – di buona volontà – vogliano ascoltarla e decidere insieme a lei che la vita vada colta e goduta nella sua semplicità di “cose comuni”, ed infatti proprio così intitola il suo nuovo libro che accoglie i testi scritti nell’arco di un paio d’anni. È la seconda prova, questa, di una scrittrice anomala, solitaria eppure attentissima a quel che succede intorno, e desiderosa di condividere le sue osservazioni sul mondo.
Chiara Scrobogna pubblica Cose comuni (nella collana Le schegge d’oro della Montedit), come aveva fatto qualche anno fa con Tanto anch’io, per dire ai suoi lettori che non ci si deve vergognare di essere se stessi, limitati e fiduciosi al tempo stesso: ci sono tante cose belle da vedere e partecipare, che non si ha nemmeno il diritto di sciuparle. In primis, gli affetti familiari, poi la natura stessa che abbiamo il piacere di avere per noi – e dobbiamo custodire per non lasciarla peggio di come l’abbiamo trovata. Abbiamo sentimenti e ideali, che dobbiamo difendere perché non ce li guastino i ciarlatani della politica e dell’imbonimento massmediatico.
È un piccolo libro, Cose comuni, ricco di tenerezza materna e umana confidenza – facciamoci cullare dal suo ritmo, perché Chiara è una vecchia liceale che ricorda la poesia classica e ne sa le movenze morbide e convincenti: così potremo assaporare insieme a lei le “magnifiche cose di sempre / alla luce di questo mattino / paziente” – e il segreto è forse qui, nella pazienza che ci deve fare forti, di fronte alle cattiverie e alle debolezze, affinché, dalle parole del poeta, sappiamo scorgere “Una storia piccola piccola” e capire che è la nostra, bella per questo, da regalare a chi ci vuole bene. Senza attesa di ricompensa: l’emozione più bella è il dono che va via senza indirizzo, e ci soddisfa per aver saputo stillare gocce di esistenza in forma di parola.

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Nuova Emma Mazzuca in “QUANDO IL CIELO S’INCLINA “

Io sono quel che ho donato
– poiché molto ho amato…

Emma Mazzuca non è autrice che tema la verità, non le si nasconde. E la verità è nuda, e lei lo sa – e si spoglia, mette ancora una volta a nudo il suo animo (è alla quarta pubblicazione e cresce con evidenza la sua competenza nel campo), e non ha paura di mostrarne perfino le ferite, ricevute nel seguire un’esistenza spesso ingrata del dono stesso che lei ha fatto di sé. Nel suo continuo dirsi (e quindi darsi), questa poetessa che è arrivata piuttosto tardi al banchetto della parola ma non vuole contentarsi delle briciole, sta imparando le regole del gioco: come dosare gli ingredienti e preparare (e quindi offrire) anche al lettore un banchetto dal quale prendere e vivere di quel cibo ideale che è appunto la parola del poeta.

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Sopravviene il dubbio, a volte, che nemmeno le parole possano dire quel che si dona per amore (in “Non parlo di lemmi né fiori”), la paura di non avere abbastanza forza per esternare “quel che ditta dentro” e farne voce che comunica. Capita, “a volte”, che “anche la poesia si genuflette / dinnanzi alla sua pagina bianca” (in “A volte”), ma questo avviene, a volte, “per osservare il mondo”, quando, nella pagina bianca, anzi “dietro di essa”, la poesia “si rifugia” – sdegnosa o piuttosto misericordiosa – comunque vigile e paziente. Ci sono in questo libro, piuttosto evidenti, diverse dichiarazioni di poetica, che mostrano quanto l’autrice tenga a chiarirsi e – per quanto possibile – definire l’ambito estetico nel quale ormai sente di operare con merito, a pieno titolo. Esemplare è “La poesia”, che si apre con un verso da antologia (una di quelle epigrafi interne che spesso gli autori nascondono proprio perché diano la gioia della scoperta): “solitaria la poesia percorre il mondo”, di vaga ascendenza petrarchesca (alla quale sembrano anche rifarsi espressioni come “esco nei campi / e nelle acque mi cerco e nelle ombre”) – ma fa pure pensare al Saba solitario cantore della “poesia onesta”.
La conoscenza della grande poesia classica non è d’altronde esibita, ma pure si coglie qua e là uno sprazzo di echi assimilati, un’eco di lampi che schiarano il tormento della via (anche la sensuale intensità pittorica di Saffo, in “Il sole è già calato all’orizzonte”). E non è una via percorsa invano, malgrado i rovesci della sorte abbiano impedito di giungere dove si pensava, si sperava… anche se alla fine ci si trova “con nelle mani soltanto una poesia”, è proprio quella che darà il segnale della ripartenza, e la forza per tentare nuove uscite dalla stanza/prigione nella quale troppo si avverte il peso del vissuto. Abbiamo (è la poesia che ce le dà) “un mazzo di chiavi immaginarie”: sono la salvezza, il passaporto per un mondo che aspetta solo di essere scoperto.
Anche certe durezze, le sbavature espressive e le asprezze linguistiche, certe apparenti esitazioni nel dire e poi le riprese a scatto, sono segnali di quanto l’autrice aderisca – voglia profondamente, totalmente aderire – alla materia narrata, che è proprio il racconto appassionato di una storia, il fluire inarrestabile di emozioni provate, dalla gioia all’amarezza, dalla conquista alla perdita – tutto è vivo e palpita nei versi che però a volte sfuggono al controllo formale e si spandono in commosso disordine: è la spontaneità che vince su ogni regola, come la storia che vi si sviluppa, qui, regna malgrado gli ostacoli, i limiti che vorrebbero imbrigliarla.
Ci sono versi, in questo libro, che si potrebbe raccogliere in un super testo. Ci sono molte poesie che meriterebbero di formare una super silloge, e pazienza se sono accompagnate da altre meno sicure, comunque meno convincenti – tutto è testimonianza di un gioco (“giochiamo ancora alla Speranza”) al quale Emma Mazzuca si è affidata: il grande gioco della vita e, in questo, il piccolo gioco della vita a due… Non ha vino l’ultimo punto, e ha perso una partita, ma solo per accorgersi che “al termine della strada / in lontananza scopri che l’inizio / della strada non esiste”: è come uscire dallo specchio di Alice e scoprire che il viaggio al di là è stato un sogno, meraviglioso stordimento dei sensi, “mutevole luce di quella fugacità” che ci ostiniamo a chiamare vita. E ne è pallida immagine. Canto sommesso della vita, “melodia di stelle quiete”.

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