Goliarda Sapienza: poetica sorpresa

La poesia non ha data di scadenza (tanto più se esce postuma: è anzi ancora più eterna, poiché l’autore – chiuso il giro dei suoi anni terreni – non può dire se ancora gli appartiene, o vorrebbe mutarne oppure aggiungerne o tagliarne qualcosa: è così come rimane ed è nostra a suo dispetto e per nostro diletto). Un libro di versi è sempre una testimonianza di vita, ha sempre il sapore di un’esistenza distillata in frammenti, proposti affinché altri ne sappia e ne gusti quei sapori, ne colga eventuali asprezze, finanche ne giudichi – a suo gusto – le componenti e le loro qualità. Ma soprattutto è tale, è un libro ed è poesia, se vive (direbbero Catullo, e Orazio, e Petrarca) oltre una generazione, se fa venir voglia di leggerlo quando l’autore non c’è più a difenderlo – ma bisogna essere lettori onesti. In presenza di una raccolta di poesie che Goliarda Sapienza non volle pubblicare, ci si potrebbe infine chiedere, a ragione, perché (parafrasando il curatore Angelo Pellegrino, che ricorda quanto pudore abbia impedito all’autrice di pubblicare “a quel tempo, una plaquette per amici e conoscenti” – magari in attesa del grande editore, che non venne), se oggi non sembra appunto spudorata questa pubblicazione. Invece era necessario che uscisse alla luce, alla critica, agli occhi dei lettori, di quelli che già conoscono la scrittrice de L’arte della gioia eL’università di Rebibbia, e di quelli che non la conoscono ancora. D’altronde, era un libro pronto, composto già nella scelta e nella disposizione dei testi, dall’iniziale “A mia madre” al conclusivo “A mio padre”.

Sapienza p
Si continuano a scrivere autobiografie, più o meno serie, più o meno vere, più o meno “auto” e forse non sempre (come direbbe Svevo) “è la mia” – parecchi scrittori, dopo averne scritte diverse in forma di romanzo, finiscono per non sapere come scriverla davvero, qualora decidano di farlo. Sono pochi coloro che riescono. L’arte della gioia potrebbe ritenersi una autobiografia involontaria, di Goliarda Sapienza; mentre il più recente volume Io, Jean Gabin potrebbe leggersi come un’autobiografia straniata, volutamente costruita come le piaceva presentarsi. Allora questa raccolta postuma di poesie, Ancestrale (com’è bello, questo titolo!), dovrebbe potersi leggere come la vera autobiografia, malgrado scritta quando Goliarda aveva poco più di trent’anni. Ma c’è dentro tutta lei, ci sono i suoi gusti e i suoi difetti umani, la sua famiglia e la sua terra, i suoi paesaggi, i suoi libri. Ed ecco perché è bene che sia stata pubblicata, questa raccolta postuma (con l’aggiunta di una piccola silloge di testi in dialetto, già apparsa qualche anno fa). È il più bel libro d’amore che l’autrice abbia scritto. Amore per la vita, più che per qualsiasi persona, e forse perciò la vita come gioia, come “arte della gioia”, e forse perciò la poesia come vita, in quanto arte, la poesia e la vita, e quindi gioia… e si potrebbe continuare, poiché Goliarda Sapienza ha vissuto e amato la vita, ha gioito e sofferto per un’arte, la sua, che avrebbe meritato di più – e lei lo sapeva – ma le dava comunque un senso all’esistenza, e una misura alla stessa esperienza di artista.

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