Archivi del mese: aprile 2014

Il poeta lo sa

Il curatore di questo libro afferma, nella “nota” di presentazione, che “nulla c’è che non provenga dalle opere di OctavioPaz”… ma, siccome si tratta di un attento collage, di un’appassionata ricostruzione biografica, gli va dato atto e tutto il merito di aver costruito una credibilissima “autobiografia” (lo dice il sottotitolo italiano) anche se è falsa. E che fa? Se non ci fosse la nota di Julio Hobart, infatti, a presentare questa lucida e dettagliata testimonianza esistenziale, che consente di percorrere – quasi mano nella mano – la vita del nobel messicano, difficilmente crederemmo che non si tratta di un’opera composta dallo stesso Paz. C’è tutto lui, c’è la sua poesia così naturale e profonda (i tanti testi riportati sono una piccola importante antologia della produzione poetica), la sua presenza nella storia del Novecento, le sue nette affermazioni di principio. Affermazioni terribili sono buttate giù quasi con nonchalance, in maniera diretta – solo apparentemente casuale (“L’adolescente si stupisce di essere”, “quel che sarò entra come un conquistatore in quel che sono stato”, “Dio è la nostra creatura”) – e dobbiamo prendere atto che per il poeta è così come dice, non altrimenti si possono giustificare le sue posizioni intellettuali, ideologiche, antropologiche, religiose perfino.

Paz

Al poeta va consentito di esprimersi liberamente e con semplicità affermare quanto semplice sia la vita che viviamo. Da questo poi consegue quanto umana sia la voce del poeta, appunto se si riconosce uomo tra gli uomini (in questo aiutato certamente dalla formazione politica, anche se pensata e personalmenteriassimilata, in modo critico e non inerte: “Il surrealismo …scioglie i lumaconi del realismo socialista”). Octavio Paz ci offre uno spaccato – per quanto periferico (ma il suo Messico diviene microcosmo di riferimento e quindi paradigma ad esempio) – assolutamente riconoscibile. Nelle pagine di Anch’io sono scrittura passano ottant’anni di storia, visti con gli occhi di un protagonista, per i mille personaggi che ha conosciuto, le mille vicende vissute intorno al mondo (Sud America e India, Parigi e la Spagna), e leggiamo con trepidazione di certi momenti difficili o sentimentali, partecipiamo alle sofferenze ed all’esaltazione, sentiamo quanta vita vera scorra nei versi che così spesso compaiono (mai a caso) a contrappuntare un episodio, a presentare un incontro, a spiegare un’idea, ad affermare un punto di vista. Perché soprattutto Octavio Paz è un poeta, e le pagine più vibranti e toccanti qui sono quelle in cui parla del fare poesia, più che dell’essere poeta. La poesia si fa giorno per giorno, costruita, magari a partire da un verso che arriva chissà come, da dentro, e chiede vita, sviluppo, compiutezza. La voce del poeta non fa che dar voce, fuori, a qualcuno che si affaccia alla luce, “un altro che non sono io”, anche se è dentro. Perciò “Anch’io sono scrittura”, la scrittura è in me. Necessaria però alla sua vita è la presenza di un ascoltatore, disposto a ricevere il dettato interiore.

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Goliarda Sapienza: poetica sorpresa

La poesia non ha data di scadenza (tanto più se esce postuma: è anzi ancora più eterna, poiché l’autore – chiuso il giro dei suoi anni terreni – non può dire se ancora gli appartiene, o vorrebbe mutarne oppure aggiungerne o tagliarne qualcosa: è così come rimane ed è nostra a suo dispetto e per nostro diletto). Un libro di versi è sempre una testimonianza di vita, ha sempre il sapore di un’esistenza distillata in frammenti, proposti affinché altri ne sappia e ne gusti quei sapori, ne colga eventuali asprezze, finanche ne giudichi – a suo gusto – le componenti e le loro qualità. Ma soprattutto è tale, è un libro ed è poesia, se vive (direbbero Catullo, e Orazio, e Petrarca) oltre una generazione, se fa venir voglia di leggerlo quando l’autore non c’è più a difenderlo – ma bisogna essere lettori onesti. In presenza di una raccolta di poesie che Goliarda Sapienza non volle pubblicare, ci si potrebbe infine chiedere, a ragione, perché (parafrasando il curatore Angelo Pellegrino, che ricorda quanto pudore abbia impedito all’autrice di pubblicare “a quel tempo, una plaquette per amici e conoscenti” – magari in attesa del grande editore, che non venne), se oggi non sembra appunto spudorata questa pubblicazione. Invece era necessario che uscisse alla luce, alla critica, agli occhi dei lettori, di quelli che già conoscono la scrittrice de L’arte della gioia eL’università di Rebibbia, e di quelli che non la conoscono ancora. D’altronde, era un libro pronto, composto già nella scelta e nella disposizione dei testi, dall’iniziale “A mia madre” al conclusivo “A mio padre”.

Sapienza p
Si continuano a scrivere autobiografie, più o meno serie, più o meno vere, più o meno “auto” e forse non sempre (come direbbe Svevo) “è la mia” – parecchi scrittori, dopo averne scritte diverse in forma di romanzo, finiscono per non sapere come scriverla davvero, qualora decidano di farlo. Sono pochi coloro che riescono. L’arte della gioia potrebbe ritenersi una autobiografia involontaria, di Goliarda Sapienza; mentre il più recente volume Io, Jean Gabin potrebbe leggersi come un’autobiografia straniata, volutamente costruita come le piaceva presentarsi. Allora questa raccolta postuma di poesie, Ancestrale (com’è bello, questo titolo!), dovrebbe potersi leggere come la vera autobiografia, malgrado scritta quando Goliarda aveva poco più di trent’anni. Ma c’è dentro tutta lei, ci sono i suoi gusti e i suoi difetti umani, la sua famiglia e la sua terra, i suoi paesaggi, i suoi libri. Ed ecco perché è bene che sia stata pubblicata, questa raccolta postuma (con l’aggiunta di una piccola silloge di testi in dialetto, già apparsa qualche anno fa). È il più bel libro d’amore che l’autrice abbia scritto. Amore per la vita, più che per qualsiasi persona, e forse perciò la vita come gioia, come “arte della gioia”, e forse perciò la poesia come vita, in quanto arte, la poesia e la vita, e quindi gioia… e si potrebbe continuare, poiché Goliarda Sapienza ha vissuto e amato la vita, ha gioito e sofferto per un’arte, la sua, che avrebbe meritato di più – e lei lo sapeva – ma le dava comunque un senso all’esistenza, e una misura alla stessa esperienza di artista.

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Il poeta per la strada

per DANIELE GIANCANE – LE ARITMIE DEL CUORE

Giancane ac

Il poeta va per le strade e diventa un po’ Ipponatte e un po’ (un po’ di più) Anacreonte (specie quando si trova sotto un pergolato con gli amici e una bottiglia di vino “rosso come il sangue d’una giovenca adolescente”)… Allora, malgrado il disappunto per dover vedere quel che un uomo di buon senso, educato alla civiltà, non vorrebbe vedere, malgrado l’ambiente in cui vive sia sempre meno vivibile, non ce la fa ad arrabbiarsi davvero, il poeta-professore Giancane. Deve fare uno sforzo su se stesso, probabilmente, ma riesce a superare, con un volteggio, un motto di spirito, il momento razionale dell’analisi sociologica, cui pure è abituato.
Le aritmie del cuore sono appunto quelle provocate dagli sbalzi continui tra l’essere e il dover essere, tra il sentire e il volersi nascondere per la vergogna.

Il libro è ricco di pagine profonde, anche se paiono scritte in punta di penna, così, come su un taccuino da passeggio. Basta scegliere qualche testo rappresentativo del suo fare poesia, del suo modo (possiamo dire pedagogico?) di considerare la poesia e quindi la missione dell’essere poeta: “Il successo e la poesia” e “Riconosco il volto”, nei quali si leggono piccole verità che fanno scuola. In questo libro, in queste pagine private solo in apparenza – poiché parlano alla sensibilità comune che ci rende uomini, quando ci ricordiamo di esserlo -, ci sono gli amici di adesso (quelli di “Siamo amici”, di “Rosso come il sangue”), e gli amici ormai scomparsi ma non dimenticati (nella sezione “De profundis”). E ci sono “i cafoni” e “le donne dei cafoni”; ci sono gli incontri all’estero e i mali della società. Insomma, c’è tutto Giancane con i suoi occhi aperti (e la capacità di osservazione) e il cuore gonfio di affetti per l’umanità.

È una poesia, questa delle sue Aritmie del cuore, scevra di retorica, di sentimentalismi, di rancori: è una poesia civile e personalissima, poiché il poeta è tale – secondo Giancane (e chiunque seriamente faccia il poeta) – se appunto guarda in giro, scende in strada, vede gente e ne parla. E parla a chiunque ascolti.

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Un acquisto prezioso

Si deve ritenere prezioso l’acquisto di un poeta… Che Felix Adado, purtroppo per ragioni piuttosto tristi, sia venuto a vivere in Italia, e abbia cominciato a scrivere in italiano, va considerato un acquisto prezioso per la poesia, per la lingua italiana…  Sì, certo, L’alba arriva per tutti: in questo titolo del primo libro di versi del toghese, ormai italianizzato, Felix Adado c’è la verità della vita e della poesia, della vita che si fa poesia e schiude giorni nuovi. Per chi sappia leggere, almeno; per chi sappia che la vita può farsi poesia, se viene comunicata (certo, in un codice condivisibile). Il giovane immigrato, che ben conosce le vie dell’esistenza prigioniera di un’idea, ha saputo subito mostrare con chiarezza in questa sua prima prova letteraria di che stoffa vesta: è l’abito dignitosissimo di chi sa come porsi a modello e farsi ascoltare. Perché L’alba arriva per tutti è un piccolo libro da ascoltare, e riflettere, e condividere. E baste­rebbero pochi esempi a dar ragione alla sua proposta poetica, a farla nostra; in una silloge nella quale passano temi e questioni di grande attualità, di sofferta umanità, di rabbiosa generosità. Poche citazioni per dar conto della profondità morale di questo autore già maturo nel dirsi: “il mio sangue non si fida di te e io penso che sia lui il cattivo”. La sua è una lezione di cristiana carità, francescana si direbbe, per quanto valgano gli esempi nel suo caso – ma Felix Adado mostra di aver assimilato con soddisfacente sicurezza espres­siva (malgrado le evidenti difficoltà di approccio linguistico) anche le forme della nostra letteratura, della poesia occidentale. “Piccole anime scalze sui sentieri della lotta… Forse non diventeremo dottori ma ci cureremo a vicenda per dare un senso al futuro”… Le poesie di questo esordiente già meritano un’accoglienza di riguardo: vi si coniugano l’esperienza esistenziale e il sentimento di un’attesa che a quell’esperienza dia un senso, un significato non provvisorio. Il poeta qui è l’uomo che lavora perché si possa andare avanti nella fiducia per l’uomo: la sua parola è di pace, ma se ne avverte anche la forza, la deter­minazione a non sottomettersi alla cattiveria, la voglia di uguaglianza (“Vorrei non essere più un clandestino” – “il nostro cuore affaticato fa lo stesso rumore”).Adado

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