Archivi del mese: febbraio 2014

Stelvio Di Spigno – nuova proposta in versi

Stelvio Di Spigno (e Carla Saracino): Qualcosa di inabitato, Edb Edizioni

Perseguito con intenzionale consapevolezza (non senza una piccola dose di sana autoironia, malgrado la malinconia di fondo che farebbe piuttosto gridare all’ossimoro della logica), il cosiddetto “grado zero della poesia” – che l’avvicina alla prosa, volendo appunto scendere di grado, cioè rinunciare a salire e scalare le vette impervie dell’espressione lirica (come s’era intesa) – è anche un modo, preterintenzionale e paradossalmente prematuro, di evitare il “male di vivere” (come più tardi sarebbe stato inteso).
Non tutti lo seppero, se ne resero conto, lo vollero – ma è così che un secolo fa andavano le cose della poesia (magari perché si voleva farla “onesta”, qualcuno). Oggi, un secolo dopo, dopo tanto nascondersi nelle torri o dietro barriere di oscurità, e poi dopo tanto sfoggio di bravura metrica e abilità pseudo-retorica, si torna a scrivere poesia come si parlasse ad un amico (magari quello che è dentro lo specchio), in semplicità, e in profondità. Così anche chi a lungo si è esercitato nelle forme – diciamo classiche – novecentesche, in maniera post-ermetica o comunque montaliana (si doveva, per dimostrare di essere qualcosa), capita che si ritrovi in una dimensione, ancora sofferta, ma minimalista, appunto, sfiorando il “grado zero” di quella poesia prima praticata ad altri, alti livelli. Capita, o si fa voto di rinuncia all’esperimento azzardoso per essere almeno se stesso, riconoscibile da chi ascolta.
Capita, sembra stia capitando, anche a Stelvio Di Spigno. Dopo già alcuni anni di silenzio, e in attesa di un suo libro autonomo (inteso come regesto di un periodo lavorativo da testimoniare), il quasi quarantenne autore napoletano esce con una piccola silloge (13 poesie) pubblicata per le Edb Edizioni insieme a Carla Saracino, proponendo, dice il titolo collettivo: Qualcosa di inabitato. Sarà forse il territorio della mente che si va spopolando? Sarà la vecchia “Napoli rivisitata” (“come se fossi una madonna abbandonata in una delle mille edicole di quartiere”… come pure ce ne sono a Gaeta, altro suo luogo di elezione) o altre plaghe della memoria? Forse non basta a scoprirlo il materiale a disposizione – piuttosto limitata la sua proposta – ma indicativo di un disagio consapevolmente contenuto. Uno spaesamento che si ammette, poiché lo si percepisce, al tempo stesso come una perdita, un distacco, e la ricerca, aspirazione alla possibilità di abitare, ubi consistere… Ubi bonum est, possibilmente.
Nelle sue 13 poesie, Di Spigno propone comunque un breve ma significativo itinerario che lo porta sempre più nettamente fuori dalla sua primitiva maniera di esprimersi, al recupero di una dizione chiara, diretta, in un racconto (per lo più biografico) che fluisce liberamente, fuori schema, senza rete, nemmeno la protezione esteriore che dà l’aspetto di una forma nota. Qui è lui che si comunica, lo fa in toni sommessi e quasi chiedendo scusa se gli scappa una punta di amarezza (A volte, sì, alzerebbe la voce e direbbe cose pesanti. “Non c’è nessun peccato da scontare”, è vero, ma sta all’erta, “rimboccando le coperte al domani”, cullando i suoi tempi, evitando fughe di qua e di là… per concludere: “Ma questa è solo una poesia”).
Tutti questi pochi testi hanno una loro densa e suadente sostanza, che si stende piana e decisa, e una forma che li veste morbida e pesante (quasi a proteggere e conservare, più che a porgere per comunicare), ma “Prosa della madre incantata” (con quel suo titolo chissà perché) può prendersi a modello del discorso come qui si è iniziato – a Stelvio Di Spigno, in attesa di un suo vero libro, preme forse tranquillizzare anche se stesso, insieme ai suoi critici e ai suoi lettori: sta bene, non ha smanie creative, e non vuole esporsi più del lecito (“Qualcuno dice che anche questa è vita”). Sta lavorando su se stesso, appunto, e ci darà presto altre sue (buone!) notizie.

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Un poeta turco: Metin Cengiz

Due poesie dell’amico turco Metin CENGIZ, conosciuto a Lodève, in Francia nel 2006, rivisto a Sète l’anno scorso… una poesia – la sua – ricca di tensioni che accendono lo spirito.

 

Mio figlio impara a conoscere il mondo

Mi figlio
mi fa somigliare a una lunga strada
– e sua madre alla terra

io sono stato in prigione
lontano – sua madre
gli ha insegnato a camminare

 

Amore proibito

Fiocchi di neve tremano nel cielo
luminosi come voli di scintille
di ferro nelle fiamme
è così che io rinasco al mondo
insieme a te ogni giorno che comincia

le strade passano ognuna simile all’altra
e le piogge di stagione: tra due luci
l’ombra di mille fiori si trasforma in un fiume
e da lontano il canto di un uccello
ricama l’istante in cui guardo la luce
resuscitare nei tuoi occhi

noi dormiamo e ci risvegliamo in quel canto
che risuona amore mio
la forma del silenzio si incide sul marmo bianco
passa uno sconosciuto e se ne va chissà dove
un entusiasmo selvaggio al sicuro nel mio sangue
si accende al momento in cui tu mi sussurri
l’insensatezza di un amore proibito

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Una traduzione in armeno

Grazie alla intermediazione dell’amico Carlos Vitale, un intero (piccolo) libro è stato tradotto in armeno da Hakob Simonyan: MEDIDA DE VIDA (MISURA DI VITA), che appunto Carlos aveva tradotto in spagnolo cinque anni fa…

57 medida

E’ la sedicesima lingua in cui appare la mia poesia. La nuova edizione di questa raccolta importante (è una significativa antologia di un buon periodo) si presenta con agile eleganza. Un libricino che fa tenerezza, in cui purtroppo a malapena riesco a individuare il mio nome!

57b armeno“Mio padre non è vecchio” è una delle poesie presenti:

armeno

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