Archivi del mese: giugno 2013

Poesia e fede – Madre Teresa nei libri di A. N. Berisha

Anton Nikë Berisha Cascata di luce nel cuore Pellegrini Editore

Berisha M
Pubblicato in occasione del centenario della nascita di Madre Teresa (la suora albanese di origine kosovara Agnes Gonxhe Bojaxhiu) e ristampato subito dopo per il centenario dell’indipendenza dell’Albania, questo libro di Anton Berisha è un altro capitolo nella sua bibliografia ricca di testi unici. Cascata di luce nel cuore si immagina e si costruisce infatti come una “visione”, in quattordici “immagini” (struttura certo non casuale e comunque ricca di implicazioni e suggestioni). L’autore confessa in prefazione che il libro è il “frutto poetico di una visione”, poiché davvero egli ha “visto” Madre Teresa “con un dolce sorriso”, abbandonata nella luce di Nostro Signore. E da quella privata esperienza ha voluto trarre un lavoro che si propone sia come religiosa esaltazione della Madre (che qui parla in prima persona, manifestando l’amore per Gesù e per l’umanità intera), e insieme si fa poesia in un linguaggio che sa di fede e di cultura, di passione e impegno. Il professor Berisha, che insegna da vent’anni Letteratura albanese a Cosenza, ha pubblicato diversi libri dedicati a Madre Teresa, segno di un’adesione non occasionale, ma convinta e partecipe. “Ti vedo, mio Cristo, in mille forme di sete”: ed è in questa sete di sete, nella ricerca delle mille possibilità di soddisfare i bisogni degli assetati, che si sviluppa il canto di Berisha, come fosse un impegno di fede assunto da Madre Teresa. Alla quale il poeta qui cerca solo di prestare la sua voce, rapito peraltro dalle possibilità che la sua voce ha di manifestarsi come canto religioso. Scritto in forma di litania, questo vasto polittico si può leggere come una liturgia, un libro d’ore da leggere quando “nella foschia dei dubbi fiumi di fili spinati costruiscono torri di pazienza per dare impeto al corso della vita” (e un figlio del Kosovo tormentato nei secoli queste cose le sa). È così che si può saziare quella sete, facendosi forza nell’amore, nel dono di sé: “se qualcuno, dopo aver letto questo libro, si avvicinerà di più alla Grazia Divina, alla quale Madre Teresa donò tutta la vita, ciò sarà lieta ricompensa alla mia fatica”. Berisha si augura questa ricompensa, come la stessa Madre Teresa si augurava che il suo impegno inducesse altri a compiere un atto d’amore. Pregare non è chiedere per sé, ma per gli altri: era la lezione di una donna eccezionale, ma è pure il senso del fare poesia. Un libro come questa Cascata di luce nel cuore di Anton Berisha è la sintesi della poesia come atto d’amore.

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NON SONO FAVOLE! e non da leggere solo in Turchia…

Nazim Hikmet, Il nuvolo innamorato, Mondadori

Hikmet

Andrebbe letto nelle scuole, non solo in Turchia, ma adesso più che mai in Turchia, per dare ai giovani un senso per la loro vita in pericolo. Per fortuna i libri (quelli buoni) non hanno data di scadenza, e vale la pena di parlare di questo “Nuvolo innamorato“, di qualche anno fa, che Hikmet – molto più famoso come poeta, e poeta d’amore – ha scritto proprio con finalità pedagogiche, perché gli adolescenti (ma non loro soltanto) riflettessero sul messaggio di fiducia e libertà contenuto nella gran parte delle fiabe. “Cura l’educazione dei bambini perché trovino con coscienza un posto nella società”: questa la sua lezione, ahimè sempre attuale, e non solo in Turchia. Hikmet sostiene l’universalità della fiaba e propone una scelta rilettura di fiabe popolari raccolte da un grande etnologo, Boratov. Malgrado la diversità culturale che è al fondo delle sue tradizioni popolari, ciascun popolo può riconoscersi nelle tradizioni altrui. Il carattere dei personaggi di fiaba, le vicende esemplari che li fanno crescere, scontrandosi con avversità formative, iniziatiche a volte, si fondano in analoghe esigenze di insegnamento morale. Anche nelle fiabe “italiane” (raccolte ad esempio da Calvino) abbiamo personaggi che somigliano ai principi e poveri di Boratov/Hikmet, al loro strampalato e fortunato Testapelata. È improbabile che si trovi un orco pronto ad insegnarci il gioco “diriffa diraffa”, ma la fiaba invita a credere che un pizzico di fortuna arriva a chiunque osi credere un po’ più in se stesso. “Chi ha fede, arriva…” sentenzia Hikmet nel primo “Racconto a mio figlio”, ed è commovente pensare che questo libro di fiabe sia stato scritto da un padre che troppo poco ha visto suo figlio (il poeta passò molti anni in carcere per la sua opposizione al regime turco, e molto a lungo visse in Russia). Il nuvolo innamorato e altre fiabe è uscito in edizione Mondadori a cura di Giampiero Bellingeri, che si commuove anche lui scrivendo una postfazione articolata e appassionata, densa di riferimenti bibliografici e di profonda umanità.

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La pietà dello sguardo – il congedo di Roberto Tortora

Bisogna piangere la perdita di uno scrittore come Roberto Tortora, che aveva appena festeggiato i cinquant’anni col suo primo romanzo, Tutta la luce del giorno, poiché la prematura scomparsa ci priverà del bene di leggerlo ancora. Tortora aveva già pubblicato un libro di racconti, Quattro quadri per una spiaggia d’inverno (Manni, 2009), accolto con molto favore, e un altro racconto in un’antologia, ma Tutta la luce del giorno è un’opera significativa, lavoro di consapevole maturità. L’autore di un romanzo simile, corposo ma non pesante, fluido pur nella complessità dell’intreccio, dimostra sicura competenza dei mezzi espressivi, elegante capacità di eloquio, curato nei dettagli linguistici. Tortora è peraltro abilissimo nel gioco ad incastro in cui si sviluppano le vicende narrate – discesa all’inferno con salvezza finale per una famiglia della classe media (mamma commerciante, papà professore, anzi “ricercatore” universitario, figli maschio e femmina, studenti con profonde crisi di crescita, fisiche e sentimentali, e contorno di cattive frequentazioni – questo in effetti vale anche per i genitori, comprese le crisi di identità).

Tortora

Tutto si svolge in un contesto – piccola città del basso Lazio dove ognuno sa di ognuno e nessuna ha visto niente, con gravi infiltrazioni malavitose – analizzato attraverso le sensazioni e le reazioni dei personaggi, i principali e quelli di contorno a far da coro non casuale. La conoscenza del mondo giovanile e la finissima indagine psicologica (Tortora era docente di scuola superiore) si accompagnano ad un’attenta lettura ambientale, per costruire un romanzo che sembra piuttosto una relazione giornalistica, e certo è un credibilissimo spaccato sociale, nel quale si fatica a non riconoscere che le “rielaborazioni letterarie” – nonostante la dichiarazione di rito – tanto somigliano alla realtà. “Tutta la luce del giorno”, quando si comincia a sbagliare strada, non basta a far chiarezza nella notte che si affronta – più o meno consapevolmente – se non si decide, in uno scatto di recuperata responsabilità, di riprendersi in mano le redini della propria esistenza.

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Viaggio in Italia – un Venezuelano innamorato

Trovare tanta Italia in un libro “straniero” non può che fare piacere. Più ancora se non è il solito romanzone che sfrutta memorie nostre per fare soldi e successo. Più ancora se è un libro di poesia, una specie di diario che diventa giornale dell’anima. È il caso di Stravaganza, del poeta venezuelano Alberto Hernández, pubblicato dalle Edizioni Eva (il terzo spagnolo consecutivo, dopo Vega e Vitale, nella collana con testo a fronte “Stella verde“). Hernández, inedito in Italia, festeggia i suoi sessant’anni con una ricca antologia di riflessioni poetiche dedicate al nostro Paese, ai luoghi che ha visitato, agli spiriti magni che senz’altro lo hanno esaltato. Così troviamo le terre del sud e del nord, Bari, Modena, Venezia, il Po e l’Adriatico. Così ricordiamo insieme a lui Francesco e Giotto, Petrarca, Montale… Hernández comunica in tutta semplicità i suoi sentimenti che si fanno poesia proprio nel diventare nostre comuni sensazioni, di noi che conosciamo i luoghi e i personaggi che sono i suoi nelle sue parole. È il miracolo della parola che si partecipa e viene fruita profondamente se parla una lingua comune.

Hernandez

Del resto, il poeta venezuelano si mostra talmente a suo agio, in queste pagine italiane, da essere davvero una guida riconoscibile. Gli bastano poche pennellate, poche parole, per raccontare e descrivere, per trasmettere impressioni e sentimenti. Petrarca: “Quante patrie guadagnò con l’esilio? Quanta eternità vivremo con lui?” (e, leggendo queste parole, non possiamo evitare di pensare anche a Dante). Michelangelo: “Più mi convince il dolore che il genio”. Saba “Qui nel mio deserto è più duro morire”… Sono staffilate di verità, come sono vere le immagini (non cartoline) che dipingono località anch’esse eterne nel nostro immaginario: “Laggiù”, dedicata a Catullo, ma in un felice accostamento pensata anche per D’Annunzio, è un quadretto di preziosa efficacia espressiva. Come lo è la “cartolina tragica” scritta per Pasolini, per quel “corpo di un uomo insanguinato” che non possiamo dimen-ticare. Com’è pervasa “di tanta solitudine” la poesia per Cesare Pavese dal titolo, “Il mestiere di poeta, il mestiere di vivere”, che potrebbe essere un sottotitolo illuminante per questa italianissima stravaganza dello spagnolo Hernández.

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La poesia di una foto – quando la fotografia è poesia

Un libro di Michel Cassir con Houda Kassatly

Cassir
È proprio vero che l’uomo – quando ci si mette di buzzo buono – è capace di sorprendenti risultati in ogni campo… anche nel distruggere le sue stesse creature, non casualmente ma scientificamente, consapevolmente, non vittima di un raptus incontrollabile (magari perché ha deciso che un quartiere storico di Beyrouth debba essere demolito per far posto a nuovi edifici di edilizia residenziale). Così questo libro è straordinario nel raccontare, con immagini e parole, quanto stupido sappia essere l’uomo che distrugge una città, la sua città, che è la sua storia. “È un libro – scrive Michel Cassir nella sua prefazione – che ci ferisce ma nello stesso tempo affascina… È una storia d’amore, di dignità”. D’altra parte, è col passato che bisogna fare i conti, è il passato che nutre il futuro (e la fotografia “permette di ricostruire il sogno, arma del futuro”). È Beyrouth la protagonista, in un “clair de ruine” che nel sottotiolo allude forse a un romantica musica di sottofondo, alla morbida atmosfera che nelle foto (splendide, vive, di Houda Kassatly) spesso si coglie, malgrado il degrado. Nonostante la distruzione in corso… Qui assistiamo a un “ballo di fantasmi” – e in sottofondo come musica andrebbe meglio una “danza degli spettri”.
È un libro, letto nei versi e nelle riflessioni di Michel Cassir, che deve farci riflettere, deve indurci a considerare che fatti non fummo, eccetera – e invece è lì che andiamo a finire, alla brutalità, alla cieca violenza che strazia. Sfogliando e sfogliando queste pagine, non possiamo evitare di sfogliarle ancora: il magnetismo della luce, dei colori, delle superfici, dei vuoti è stupefacente – un vortice di sensazioni scaturisce dalla incredibile variazione sul tema: disfacimento (ma statico, fermato nel tempo dall’obiettivo e consegnato al nostro sguardo – fissato pure nelle parole che a loro volta leggono e fanno leggere). Si aggiunge la spesso lancinante, sempre pungente forza delle parole che accompagnano le foto, a volte ironica, a volte paradossalmente icastica: è l’ossimoro della sinestesia. I sensi che si scontrano e non vorrebbero.

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