Archivi del mese: maggio 2013

POESIA: un gioco per non morire

DELITTO A VILLA ADA di Giorgio Manacorda

Manacorda

Non ci fanno una bella figura, i poeti. Per lo meno è quel che vuole portarci a credere Giorgio Manacorda in questo Delitto a Villa Ada (Voland editore; fuorviante fin dal titolo, poiché non c’è un solo delitto). L’autore di questo giallo intriso di poesia è d’altronde ben noto per avere a lungo esercitato la critica letteraria, poetica in particolare, con toni leggeri anche nel piglio professorale. Il divertimento sembra essere non soltanto uno scopo, piuttosto una sua necessità. Da lui ci si aspetta (e c’è, trapela e traspira nelle pagine del suo romanzo che ha la misura giusta del libro che non vuole stancare) l’ironia sarcastica dell’intellettuale che gioca e mette in gioco anche se stesso, proprio per dimostrare quanto sia serio il suo gioco. È lui a dettare le regole – e a subirle, perfino: qui, addirittura, si fa “suicidare” in forma di personaggio. Non si deve svelare la trama di un giallo, tanto meno il finale, ma Delitto a Villa Ada parla di poeti che vorrebbero ammazzarsi fra di loro e fino a poche pagine prima della fine siamo quasi convinti (l’autore ci ha portati a credere con una azzardosa costruzione indagatoria) che siano davvero cattivi e capaci di compiere nefandezze inseguendo il mito del talento letterario (l’invenzione aladinesca della macchina da scrivere – d’oro! – che fa scrivere poesie da sola è esilarante ma credibilissima, chi voglia credere che basti una macchina per fingersi quel che non si è). Per fortuna non è così, e il finale fa tirare un respiro di sollievo, pur dovendosi subire l’ultimo sberleffo dell’ironico (autoironico) Manacorda, il quale non sa proprio rinunciare a farci soffrire, nel complesso incastro psicologico architettato a bella posta. I personaggi di questo balletto della vita, una vita quotidiana a Roma riconoscibile e volutamente riconoscibile (nell’esattezza topografica e nella denominazione dei personaggi stessi i quali alludono più o meno scopertamente a “fatti o persone realmente esistenti”), ci costringono a successivi piani di lettura, a scalini di senso che si fanno di volta in volta ardui e scivolosi, per farci esclamare alla fine: bravo, mi ha fatto girare a vuoto e mi ha fregato! Ci siamo divertiti, però, insieme a lui.
Seminate qua e là, con accorta nonchalance (e si perdoni l’ossimoro che volutamente fa il verso all’espediente che l’autore sfrutta da esperto), si trovano in questo Delitto a Villa Ada di Giorgio Manacorda tante battute e frecciatine, allusioni e considerazioni sul fare poesia da far pensare, appunto, che non sia soltanto il caso a farle emergere all’insaputa dello stesso narratore, impegnato com’è nell’ingegnosa trama gialla. Si dà il caso, pero, che il narratore è (stato?) poeta di lunga attività (di quelli autorevoli, in quanto anche critico militante nell’infido campo), pertanto non può fingere di straparlare se dice, ad esempio: “Il poeta muore come singolo e rinasce plurale”; oppure “Beati coloro che non ce l’hanno, il talento, e soprattutto non lo vogliono avere. Essi vivono in pace…” (che andrebbe bene, peraltro, come epigrafe al libro, sintesi com’è dell’idea portante dell’intera storia). Augurarsi la morte per diventare quel che si è sempre desiderato? parlare ad altri, cioè, con le proprie parole… non è per questo che si impiega il proprio talento? Beato chi non ce l’ha, così campa in pace! Triste, o forse apotropaica, riflessione allo specchio. Sarebbe certo più augurabile un minimo successo in vita. D’altra parte, ci sono tanti che – essendo poeti – fanno un mestiere per campare, poiché – si sa – carmina non dant panem. E ci sono poi tanti che non capiscono la poesia, ma tanti ancora di più che pretendono di capirla scrivendola. In bocca a Manacorda queste affermazioni non possono passare per caso: ben sa, lui che è del “mestiere” e capisce come si fa poesia, quanto difficile sia trovarvi uno spazio e farsi riconoscere “vero” poeta. Per cui, dire che “Professori, prelati, avvocati, operai, giornalisti, artigiani, medici o infermieri: la poesia li rende tutti uguali” risulta alquanto pericoloso (se non è una boutade ad effetto) – già c’è in giro tanta furia imitativa. La poesia avvicina sì, ma fa(cendo) scoprire le diversità: siamo “centomila” nello sguardo degli altri; come potremmo essere “uguali”? a chi? a quale? E perché poi considerare i poeti “una specie in estinzione” (un altro ossimoro, a confronto con l’uguaglianza appena affermata), se così spesso arrivano indicazioni di blog e concorsi, di riviste e plaquettes che testimoniano la florida vita di una razza che continua a moltiplicarsi. A meno che non arrivi un “giustiziere” che ne ammazza qualcuno a Villa Ada!

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