Il Messia di Carmen Moscariello

Il poeta si fa madre

poeta
ascoltai il dolore…
nella pietà di un verso piegai i miei pensieri

MoscMes

Carmen Moscariello costruisce un percorso di poesia a misura d’uomo, nel senso che vorrebbe misurare l’uomo, e consentirgli di (ri)trovare una sua misura umana, degna della sua dignità spesso calpestata… Ma l’uomo ascolta ormai distratto la voce dei poeti – parecchie parole volano via senza toccare il nobile bersaglio che si ripromettevano di scuotere con la loro forza. L’animo umano si è fatto restio alle parole buone, anche quelle che sono sempre state ritenute buone. Il senso d’impotenza scatena allora nella voce del poeta una struggente volontà di ferire, di percuotere con cattiveria, se non riesce più con la delicata intensità di un suo verso. E però vuole dare comunque una speranza, lanciare un’ancora di salvezza ai naufraghi spersi nel vasto mare del conformismo e dell’abitudine – fatti non foste…
Carmen Moscariello compone un canto a più voci – quelle di sé stessa madre e donna e poetessa, quella della madre/madonna, ed altre a controcanto – per affermare una verità per lei incontrovertibile (che pure a qualcuno dovrebbe sembrare per lo meno attendibile): non si esce dal guscio se non lo si rompe. Per il poeta è quasi connaturato il dovere civile di farsi testimone del tempo – e ci vuole coraggio per proporre soluzioni forti al degrado, per chiedere lo sforzo di tenere gli occhi aperti, le orecchie aperte, e non cedere inerti al menefreghismo di comodo delle tre scimmiette più o meno ammaestrate dalla convenienza. Ci vuole convinzione per staccarsi dal passato e dal quotidiano, e il poeta lo sa: “non guardo mai indietro”.
Non è tempo per il Messia, così compatto nell’ispirazione, è invece un libro volutamente franto nell’espressione (“la parola si scheggia, strappata a un contesto comunicativo ordinario” – scrive Ugo Piscopo nella sua attenta e partecipe Prefazione): l’autrice vuole prendere a sberle chi si ostina a non comprendere, guardare, e agire di conseguenza: il mondo va a rotoli e lo vediamo tutti, ma chi pon mano ai freni?
La personale e lancinante rilettura dello “Stabat mater“, lungo testo in forma di oratorio idealmente al centro di questa raccolta, anche se orienta decisamente l’attenzione del lettore a indicare una chiave di lettura per l’intero libro, è solo uno dei cuori del libro, ciascuna voce in cui l’autrice si esprime avendo rapporto diretto con un cuore, un sentire, un essere particolare: infine prevale la mamma, che pure ha da mostrare sensibilità e tenerezza all’occorrenza, ma sa essere dura, sente con fermezza e palpita d’amore, ma riesce a non perdere il controllo dei sentimenti e dei sensi.
“Figliuzzo di mamma tua, cuore d’amore”… Maria sotto la croce, per quanto possa far pensare ad altre figure della storia letteraria, è profondamente mamma, umanamente più che altre, proprio in questa esclamazione rivelatrice, personalissima, in cui l’autrice è lei stessa iuxta crucem e si lamenta per il destino dei suoi figli. Ma se il figlio cerca di rassicurarla, “Io vado avanti per aprirti la porta del Paradiso”, a lei continua a pesare il qui e ora, il dolore di un mondo sconfitto nei suoi sentimenti migliori, che non riesce a scrollarsi di dosso il fango, le bestemmie, l’urlo della croce (come quando fu “il figlio crocifisso al palo del telegrafo“… poiché l’uomo è rimasto Caino, malgrado il sacrificio di Gesù).
È una donna, Carmen Moscariello, esercitata alla pazienza della vita, della quale ha saputo suggere il nettare nelle occasioni propizie, e ha pure saputo come proteggersi nel momento della difficoltà, soprattutto per non inciampare nel facile ostacolo dell’incomprensione, per non rinunciare a darsi – alla famiglia prima di ogni altro bene, al bene della famiglia; quella di origine, con gli affetti domestici e i sapori del tempo che fu: “Se penso al bene di vivere penso alla madia piena” – è fortissima la memoria del paese natale che è paese dell’anima, ormai (e permette felicemente di correggere – come nota Piscopo – “l’interpretazione montaliana del male di vivere”).
Un posto speciale occupano, anche nella poesia, come nella vita di donna, le figlie: sono il futuro che è già presente. “Quando non ci sarò cercatemi negli occhi di un bimbo – poiché sarò luna per i vostri sogni e le vostre preghiere”. Ecco perché “ha una nuova Epifania la vita”: il bimbo che fa “scricchiolare” il cuore di una mamma è il frutto buono dell’attesa che consola e riapre la speranza di una vita migliore.
Allora è chiaro che c’è tempo per il Messia, c’è se ciascuno si riconosce fratello dei fratelli, e fa insieme a loro, per loro, uno sforzo e un sacrificio, lo sforzo di sacrificarsi un po’ e disporsi all’ascolto: la mamma buona che è il poeta ha per ognuno che legge le sue parole una parola di speranza e libertà.

Annunci

Lascia un commento

Archiviato in Uncategorized

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...