Archivi del mese: febbraio 2013

Che fatica, amare Napoli!

Idilli (tristi) di Ugo Piscopo

Soltanto con un sorriso (e sia pure di circostanza, pirandelliano) Ugo Piscopo si può misurare con la sua Napoli e proporcene una serie di cartoline, che forse nemmeno vorrebbe spedire – deve sorridere a forza per non mettersi a strillare la sua rabbia, la delusione, l’amarezza per quello che vede – e purtroppo lo vede tutti i giorni, perché ci abita. In questi Idilli napoletani (che escono nella collana “Ritratti di città” da lui stesso diretta per le edizioni Guida, con il sottotitolo illuminante “Il possibile che diventa impossibile”) lo scrittore e critico, abituato a cesellare giudizi letterari e forgiare poesie di ardite forme, si abbandona a gustose variazioni sul tema: come si fa ad essere Napoli (e Napoletani) e vivere bene.

Piscopo N
Il piccolo libro – si direbbe appunto alla napoletana – è un babà… o una sfogliatella… insomma lo si può assaggiare e sbocconcellare a piacere e sentire il sapore che sale ad ogni pagina. Manca un po’ di zucchero, è vero, ma non è colpa del fornaio, perché è proprio finito lo zucchero: Ugo Piscopo sembra essersi stancato di vivere in una città così amorfa, continuamente in bilico tra essere e sembrare – dove appunto quel che dovrebbe essere possibile diventa impossibile (come trovare un numero di telefono o seppellire un gatto morto). Eppure, malgrado le apparenze così scostanti, la città (e i cittadini) non se la passa male – è la famosa arte di arrangiarsi, che anche qui emerge e viene sottolineata (se non si fa così, davvero si muore di impotenza!). Certi titoli di capitoli dicono tutto e la dicono lunga: “Il Vomero oggi è questo Vomero, non quello di ieri” (tautologia? no, lapalissiano), “I briganti erano veramente dei nostri?”, “Cornuti e monnezza” (e forse era meglio “mazziati”…).

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Le due facce di Brigidina

L’invenzione tipografica rende simpatico questo volumetto, che si può aprire da entrambe le parti, fin dalla (doppia) copertina. Brigidina Gentile non ha saputo forse decidere se pubblicare due piccoli libri – peraltro di analoga ispirazione (privata ma tendente al dialogo: una solitudine che diventa dettato esistenziale) – e li ha messi insieme come un oracolo bifronte, come una carta da gioco col suo verso. L’autrice si dichiara “stufa” di essere Penelope, nel suo Penelope Misunderstandings, prima faccia del suo strano e stra-ordinario libro double face, un lavoro da (come si definisce) “viaggiatrice onirica e surreale” (un aggettivo bastava).

Gentile

Questa operina doppia è davvero due libri in uno, e Penelope in realtà è l’altra faccia di Notturni à la carte (Parole da mangiare): piccoli giornali di viaggio – di viaggi veri (le memorie sono vive concrete plastiche) e di quelli che si vorrebbe fare (o si fanno nei sogni illusioni suggestioni)… E vengono serviti “à la carte”, questi microracconti e queste probabili testimonianze dall’oltre, perché ciascuno si faccia il suo menu e se lo gusti a suo gusto. Lo chef ha preparato con abile competenza molteplici proposte. Ci si può quindi abbuffare di parole o spiluzzicarne qua e là in cerca di sorprese insolite, di sapori diversi…
Le dichiarazioni d’autore sono frequenti e fanno piacere a chi legge – sono un invito alla lettura e un omaggio alla scrittura: “la febbre di scrivere” è un “fruscio… sulla carta bianca”, per “esprimere il pensiero… nella sua ansia di futuro”. Ed è una (condivisibile) dichiarazione di poetica – presente in entrambe le sezioni del libro! -, espressa in parole semplici (e convincenti): “lavoro le parole”, dice ancora Brigidina, per aprirmi “fuori” e “dentro”. Ci sono citazioni dagli autori preferiti, interi testi messi in mezzo come a caso fra le pagine, a sottolineare quanto importante sia quella “corrispondenza di amorosi sensi” che appunto lega, mette in corrispondenza, coloro che credono nelle parole, come fosse un pasto consumato in comunione, come una comunione di fede.

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Il Messia di Carmen Moscariello

Il poeta si fa madre

poeta
ascoltai il dolore…
nella pietà di un verso piegai i miei pensieri

MoscMes

Carmen Moscariello costruisce un percorso di poesia a misura d’uomo, nel senso che vorrebbe misurare l’uomo, e consentirgli di (ri)trovare una sua misura umana, degna della sua dignità spesso calpestata… Ma l’uomo ascolta ormai distratto la voce dei poeti – parecchie parole volano via senza toccare il nobile bersaglio che si ripromettevano di scuotere con la loro forza. L’animo umano si è fatto restio alle parole buone, anche quelle che sono sempre state ritenute buone. Il senso d’impotenza scatena allora nella voce del poeta una struggente volontà di ferire, di percuotere con cattiveria, se non riesce più con la delicata intensità di un suo verso. E però vuole dare comunque una speranza, lanciare un’ancora di salvezza ai naufraghi spersi nel vasto mare del conformismo e dell’abitudine – fatti non foste…
Carmen Moscariello compone un canto a più voci – quelle di sé stessa madre e donna e poetessa, quella della madre/madonna, ed altre a controcanto – per affermare una verità per lei incontrovertibile (che pure a qualcuno dovrebbe sembrare per lo meno attendibile): non si esce dal guscio se non lo si rompe. Per il poeta è quasi connaturato il dovere civile di farsi testimone del tempo – e ci vuole coraggio per proporre soluzioni forti al degrado, per chiedere lo sforzo di tenere gli occhi aperti, le orecchie aperte, e non cedere inerti al menefreghismo di comodo delle tre scimmiette più o meno ammaestrate dalla convenienza. Ci vuole convinzione per staccarsi dal passato e dal quotidiano, e il poeta lo sa: “non guardo mai indietro”.
Non è tempo per il Messia, così compatto nell’ispirazione, è invece un libro volutamente franto nell’espressione (“la parola si scheggia, strappata a un contesto comunicativo ordinario” – scrive Ugo Piscopo nella sua attenta e partecipe Prefazione): l’autrice vuole prendere a sberle chi si ostina a non comprendere, guardare, e agire di conseguenza: il mondo va a rotoli e lo vediamo tutti, ma chi pon mano ai freni?
La personale e lancinante rilettura dello “Stabat mater“, lungo testo in forma di oratorio idealmente al centro di questa raccolta, anche se orienta decisamente l’attenzione del lettore a indicare una chiave di lettura per l’intero libro, è solo uno dei cuori del libro, ciascuna voce in cui l’autrice si esprime avendo rapporto diretto con un cuore, un sentire, un essere particolare: infine prevale la mamma, che pure ha da mostrare sensibilità e tenerezza all’occorrenza, ma sa essere dura, sente con fermezza e palpita d’amore, ma riesce a non perdere il controllo dei sentimenti e dei sensi.
“Figliuzzo di mamma tua, cuore d’amore”… Maria sotto la croce, per quanto possa far pensare ad altre figure della storia letteraria, è profondamente mamma, umanamente più che altre, proprio in questa esclamazione rivelatrice, personalissima, in cui l’autrice è lei stessa iuxta crucem e si lamenta per il destino dei suoi figli. Ma se il figlio cerca di rassicurarla, “Io vado avanti per aprirti la porta del Paradiso”, a lei continua a pesare il qui e ora, il dolore di un mondo sconfitto nei suoi sentimenti migliori, che non riesce a scrollarsi di dosso il fango, le bestemmie, l’urlo della croce (come quando fu “il figlio crocifisso al palo del telegrafo“… poiché l’uomo è rimasto Caino, malgrado il sacrificio di Gesù).
È una donna, Carmen Moscariello, esercitata alla pazienza della vita, della quale ha saputo suggere il nettare nelle occasioni propizie, e ha pure saputo come proteggersi nel momento della difficoltà, soprattutto per non inciampare nel facile ostacolo dell’incomprensione, per non rinunciare a darsi – alla famiglia prima di ogni altro bene, al bene della famiglia; quella di origine, con gli affetti domestici e i sapori del tempo che fu: “Se penso al bene di vivere penso alla madia piena” – è fortissima la memoria del paese natale che è paese dell’anima, ormai (e permette felicemente di correggere – come nota Piscopo – “l’interpretazione montaliana del male di vivere”).
Un posto speciale occupano, anche nella poesia, come nella vita di donna, le figlie: sono il futuro che è già presente. “Quando non ci sarò cercatemi negli occhi di un bimbo – poiché sarò luna per i vostri sogni e le vostre preghiere”. Ecco perché “ha una nuova Epifania la vita”: il bimbo che fa “scricchiolare” il cuore di una mamma è il frutto buono dell’attesa che consola e riapre la speranza di una vita migliore.
Allora è chiaro che c’è tempo per il Messia, c’è se ciascuno si riconosce fratello dei fratelli, e fa insieme a loro, per loro, uno sforzo e un sacrificio, lo sforzo di sacrificarsi un po’ e disporsi all’ascolto: la mamma buona che è il poeta ha per ognuno che legge le sue parole una parola di speranza e libertà.

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