Una congiura che fa guarire (il nuovo libro di Benedetta Cerro)

Cerro MB

Che cos’è questo libro di versi (bello, nella veste preziosa, come sempre, delle edizioni LietoColle) che fin dal titolo mira a confonderci? Forse è proprio l’attuazione di una congiura a nostro danno, ordita però non sappiamo da chi (forse l’autrice del libro e il suo opposto sé, che potrebbe/dovrebbe essere quello del lettore, cioè il nostro…), una congiura di opposte ragioni che si scontrano e ci coinvolgono. Eppure, da una simile congiura – è lei stessa che lo dice – il poeta guarisce (come fosse una malattia, dunque, come ci si potesse ammalare di opposizioni). Il che significa probabilmente che possiamo guarire dalla lettura di un libro come questo proprio se saremo capaci di assorbirne la poesia? Poesia che è superamento di opposizioni.
Il fatto che un libro di poesie faccia nascere tanta perplessità – non certo per coloro che ancora presumono che la buona poesia debba essere comprensibile per essere tale – è già indizio di un lavoro riuscito. In questo caso, l’autrice de La congiura degli opposti, Maria Benedetta Cerro, ha voluto o comunque ha cercato (ottenendo il suo obiettivo) di prendere l’attenzione del lettore in un vasto gioco di specchi (e “Lo specchio inaccessibile” è una delle sezioni di questa articolata silloge). La congiura degli opposti richiede pazienza, più che attenzione: non basta leggere e rileggere, bisogna sciogliere enigmi e schivare allusioni che fanno deragliare il senso verso i limiti estremi di un’espressione elegante e sorniona, che poco si cura di chi entra (bellissima l’immagine di copertina: la porta che si schiude invita a visitare un mondo magico, onirico – addirittura è Psiche a farci da accompagnatrice), un’espressione ricca di riferimenti preziosi, erede di vaste letture assimilate.
Ci sono versi isolati che valgono l’intero testo che li contiene (“Si aggira estatico nel bosco delle case”, “Il verso ammalato ha preso appunti”, “Non passare senza sfiorarmi”), versi che da soli parlano fissando tracce di lettura inequivocabili (mentre appunto il testo che li contiene appare nel complesso oscuro, difficile a decrittare nelle componenti metaforiche o traslate che caratterizzano la maggior parte della scrittura di Benedetta Cerro). Ci sono testi che spiegano il titolo della sezione che li contiene, mentre altri sembrano accostati per depistarci… In definitiva, conviene fidarsi e seguire lo svolgersi del libro, nelle sue sezioni, nei suoi capitoli, nelle sue visioni, nella suadente scrittura di un’autrice ormai giunta a livelli di sicura consapevolezza e pertanto in grado di stupirci e commuoverci, come una “funambola“, che in un gioco estenuante rischia di smarrire le regole, eppure sa che “strali sono le parole ed hanno la mia inermità ferito a morte”… Non si può smettere, una volta avviata la ruota, di giocare aspettando il numero buono. Intanto: “Non stringere troppo le ciglia / lascia un piccolo varco / se l’anima volesse un poco uscire”.

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