TRATTENENDO IL RESPIRO con Angela De Leo

Ci sono in questo libro, Trattenendo il respiro (SECOP Edizioni), pagine di alta letteratura, che prescindono dalla storia narrata, che si leggono come una poesia in prosa. Ci sono racconti che non lo sono, essendo piuttosto un pretesto per riflettere su un problema esistenziale, sulle ragioni che spingono un uomo a comportarsi in un certo modo… Angela De Leo svela ascendenze psicologiche e sociologiche, rivelando una curata attenzione alle microstorie che fanno la storia – così, a volte, invece di scrivere un racconto (nel senso di narrazione di un fatto con personaggi e intreccio e soluzione finale della vicenda a favore di un protagonista…), invece di svolgere una trama e farcene partecipi, ci invita e ci porta a considerare insieme a lei quali potrebbero essere i motivi che hanno causato un episodio, quali forze abbiano spinto un personaggio… insomma, ci propone un antefatto che poi lascia sospeso o ci mostra com’è andata a finire una storia della quale appena accenna un inizio: ci costringe in definitiva a porci in discussione, noi stessi con lei, per stabilire o almeno comprendere non che cosa è successo, ma perché qualcosa stava per succedere o potrebbe succedere…

Sembra quasi un rendiconto, questa vasta collezione di tipi, caratteri, persone… come se fosse stata avvertita l’esigenza di mettere ordine tra le mille conoscenze, le mille esperienze di una vita ormai matura e soddisfatta, e farne un catalogo da consultare, per sé e per gli altri. Così pure i contenuti sembrano girare intorno a pochi nuclei con diverse angolazioni del punto di vista, e variazioni strutturali che propongono il tema narrato nel variare delle sequenze. Quando sembra che l’azione possa perdersi in qualche piega inesprimibile, un colpo d’ala alla fine le dà slancio per fermarsi nella nostra memoria. E ci colpisce una soluzione inattesa (sorprendente in certi casi) che può essere positiva o dolorosa – ma può comunque risolvere, portare alla soluzione della vicenda.

Non per fare graduatorie, che – si sa – sono sempre soggettive; ma per dare più esplicita ragione ai giudizi espressi in questa sede, è appena il caso di sottolineare alcuni testi fra i più significativi, quelli cioè nei quali meglio si esprimono le intenzioni dell’autrice, che è piuttosto scoperta nel voler fare e nel far fare tesoro di esperienze esistenziali da prendere a modello. Felicissima l’aggiunta di “24 febbraio 1956” e “Il coraggio del cuore” nella seconda edizione del volume, che ne risulta arricchito, trattandosi di racconti molto riusciti. Si possono trovare gli esiti migliori – sia nella componente linguistica narrativa che in quella della scelta dei contenuti e dei personaggi che ne interpretano le trame in racconti come: “Tra il profilo alto di quei monti” (“E venne la Morte a farle compagnia fino a quando non si addormentò per sempre e sembrava una bambina appena nata”… è l’incipit più duro e insieme tra i più poetici dell’intera raccolta), “Il mio cieco amore” (esilarante ritratto di una ipovedente imbranata), “Senza traccia” (un quadretto di miracolosa semplicità), “Zio Isidoro” (la persuasiva forza di una professoressa che vince le inquietudini di un alunno difficile), “Io gambero” (la riscoperta e la rinascita di un cuore che si temeva impietrito dalle vicissitudini della vita) e infine, l’ultimo racconto del volume – uno di quelli in cui maggiormente si avverte la scrittura “trattenendo il respiro” -: “Lettera ad un ragazzo” (che sono diverse lettere non spedite collegate al filo di una speranza disillusa).

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