Archivi del mese: novembre 2012

Una congiura che fa guarire (il nuovo libro di Benedetta Cerro)

Cerro MB

Che cos’è questo libro di versi (bello, nella veste preziosa, come sempre, delle edizioni LietoColle) che fin dal titolo mira a confonderci? Forse è proprio l’attuazione di una congiura a nostro danno, ordita però non sappiamo da chi (forse l’autrice del libro e il suo opposto sé, che potrebbe/dovrebbe essere quello del lettore, cioè il nostro…), una congiura di opposte ragioni che si scontrano e ci coinvolgono. Eppure, da una simile congiura – è lei stessa che lo dice – il poeta guarisce (come fosse una malattia, dunque, come ci si potesse ammalare di opposizioni). Il che significa probabilmente che possiamo guarire dalla lettura di un libro come questo proprio se saremo capaci di assorbirne la poesia? Poesia che è superamento di opposizioni.
Il fatto che un libro di poesie faccia nascere tanta perplessità – non certo per coloro che ancora presumono che la buona poesia debba essere comprensibile per essere tale – è già indizio di un lavoro riuscito. In questo caso, l’autrice de La congiura degli opposti, Maria Benedetta Cerro, ha voluto o comunque ha cercato (ottenendo il suo obiettivo) di prendere l’attenzione del lettore in un vasto gioco di specchi (e “Lo specchio inaccessibile” è una delle sezioni di questa articolata silloge). La congiura degli opposti richiede pazienza, più che attenzione: non basta leggere e rileggere, bisogna sciogliere enigmi e schivare allusioni che fanno deragliare il senso verso i limiti estremi di un’espressione elegante e sorniona, che poco si cura di chi entra (bellissima l’immagine di copertina: la porta che si schiude invita a visitare un mondo magico, onirico – addirittura è Psiche a farci da accompagnatrice), un’espressione ricca di riferimenti preziosi, erede di vaste letture assimilate.
Ci sono versi isolati che valgono l’intero testo che li contiene (“Si aggira estatico nel bosco delle case”, “Il verso ammalato ha preso appunti”, “Non passare senza sfiorarmi”), versi che da soli parlano fissando tracce di lettura inequivocabili (mentre appunto il testo che li contiene appare nel complesso oscuro, difficile a decrittare nelle componenti metaforiche o traslate che caratterizzano la maggior parte della scrittura di Benedetta Cerro). Ci sono testi che spiegano il titolo della sezione che li contiene, mentre altri sembrano accostati per depistarci… In definitiva, conviene fidarsi e seguire lo svolgersi del libro, nelle sue sezioni, nei suoi capitoli, nelle sue visioni, nella suadente scrittura di un’autrice ormai giunta a livelli di sicura consapevolezza e pertanto in grado di stupirci e commuoverci, come una “funambola“, che in un gioco estenuante rischia di smarrire le regole, eppure sa che “strali sono le parole ed hanno la mia inermità ferito a morte”… Non si può smettere, una volta avviata la ruota, di giocare aspettando il numero buono. Intanto: “Non stringere troppo le ciglia / lascia un piccolo varco / se l’anima volesse un poco uscire”.

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TRATTENENDO IL RESPIRO con Angela De Leo

Ci sono in questo libro, Trattenendo il respiro (SECOP Edizioni), pagine di alta letteratura, che prescindono dalla storia narrata, che si leggono come una poesia in prosa. Ci sono racconti che non lo sono, essendo piuttosto un pretesto per riflettere su un problema esistenziale, sulle ragioni che spingono un uomo a comportarsi in un certo modo… Angela De Leo svela ascendenze psicologiche e sociologiche, rivelando una curata attenzione alle microstorie che fanno la storia – così, a volte, invece di scrivere un racconto (nel senso di narrazione di un fatto con personaggi e intreccio e soluzione finale della vicenda a favore di un protagonista…), invece di svolgere una trama e farcene partecipi, ci invita e ci porta a considerare insieme a lei quali potrebbero essere i motivi che hanno causato un episodio, quali forze abbiano spinto un personaggio… insomma, ci propone un antefatto che poi lascia sospeso o ci mostra com’è andata a finire una storia della quale appena accenna un inizio: ci costringe in definitiva a porci in discussione, noi stessi con lei, per stabilire o almeno comprendere non che cosa è successo, ma perché qualcosa stava per succedere o potrebbe succedere…

Sembra quasi un rendiconto, questa vasta collezione di tipi, caratteri, persone… come se fosse stata avvertita l’esigenza di mettere ordine tra le mille conoscenze, le mille esperienze di una vita ormai matura e soddisfatta, e farne un catalogo da consultare, per sé e per gli altri. Così pure i contenuti sembrano girare intorno a pochi nuclei con diverse angolazioni del punto di vista, e variazioni strutturali che propongono il tema narrato nel variare delle sequenze. Quando sembra che l’azione possa perdersi in qualche piega inesprimibile, un colpo d’ala alla fine le dà slancio per fermarsi nella nostra memoria. E ci colpisce una soluzione inattesa (sorprendente in certi casi) che può essere positiva o dolorosa – ma può comunque risolvere, portare alla soluzione della vicenda.

Non per fare graduatorie, che – si sa – sono sempre soggettive; ma per dare più esplicita ragione ai giudizi espressi in questa sede, è appena il caso di sottolineare alcuni testi fra i più significativi, quelli cioè nei quali meglio si esprimono le intenzioni dell’autrice, che è piuttosto scoperta nel voler fare e nel far fare tesoro di esperienze esistenziali da prendere a modello. Felicissima l’aggiunta di “24 febbraio 1956” e “Il coraggio del cuore” nella seconda edizione del volume, che ne risulta arricchito, trattandosi di racconti molto riusciti. Si possono trovare gli esiti migliori – sia nella componente linguistica narrativa che in quella della scelta dei contenuti e dei personaggi che ne interpretano le trame in racconti come: “Tra il profilo alto di quei monti” (“E venne la Morte a farle compagnia fino a quando non si addormentò per sempre e sembrava una bambina appena nata”… è l’incipit più duro e insieme tra i più poetici dell’intera raccolta), “Il mio cieco amore” (esilarante ritratto di una ipovedente imbranata), “Senza traccia” (un quadretto di miracolosa semplicità), “Zio Isidoro” (la persuasiva forza di una professoressa che vince le inquietudini di un alunno difficile), “Io gambero” (la riscoperta e la rinascita di un cuore che si temeva impietrito dalle vicissitudini della vita) e infine, l’ultimo racconto del volume – uno di quelli in cui maggiormente si avverte la scrittura “trattenendo il respiro” -: “Lettera ad un ragazzo” (che sono diverse lettere non spedite collegate al filo di una speranza disillusa).

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POESIA e FILOSOFIA – difficile ma.. Francesco P. Tanzj e il suo “OCEANO INGORDO”

È autore di poche pubblicazioni, Tanzj, nemmeno una decina, forse perché ha preferito impegnarsi di più nell’attività di promozione culturale. Ora la sua produzione poetica confluisce in un volume che è quasi un cofanetto-regalo… Siamo infatti di fronte a un libro che sono tre libri; per meglio dire: tre prodotti distinti riuniti in un’unica confezione. Questo oceano ingordo dei pensieri di Francesco Paolo Tanzj è composto dalla sua “antologia” poetica – che è già un libro di un centinaio di pagine – pressoché integrale (“raccolta antologica 1977/2008”, dice infatti il sottotitolo); poi c’è il saggio critico di Giulio de Jorio Frisari (e chiamarlo “postfazione” – per giunta con quella impressionante postilla bibliografica! – è quasi una battuta di spirito): un altro centinaio abbondante di pagine… Infine, allegato e inseparabile supplemento, un dvd, “Ad alta voce”, nel quale si vede e ovviamente si ascolta l’autore leggere le sue poesie in un contesto multimediale.
Insomma, in tempi di crisi e di scarse vendite, chissà che offrire un prodotto simile, tre in uno, ad un prezzo francamente accessibile, non sia una vera operazione politica. Nel senso più alto del termine; come sempre, visto che parliamo di Francesco Paolo Tanzj, un autore, un intellettuale, un uomo che ha sempre fatto apertamente la sua professione di fede. Prima di pensare ai poeti extravaganti e alle poesie del vino, ha organizzato per diversi anni importanti e seguitissimi incontri di poesia internazionale ad Agnone, ospitando nomi di rilievo nel panorama del tempo. Anche come docente, ha sempre avuto le idee chiare su come impostare i rapporti scolastici e ne ha dato prova letteraria, qualche anno fa, in un’alta e convincente prova di narratore, pubblicando un piccolo romanzo che merita ancora di essere letto, “Un paradiso triste”, storia vera a tre voci che rende conto di quanto bello e malinconico sia vivere in un ambiente che si ama eppure non dà molte soddisfazioni.


Francesco Tanzj è poeta di occasioni. Lo dice anche lui, scrivendolo come sottotitolo (“Poesia d’occasione”) dell’Ode al mare e ai poeti vaganti (scritta fra Agnone e le Tremiti in occasione del primo viaggio della “nave dei poeti”, nel 2006 – ed è l’ultima poesia inserita in questa raccolta). È poeta di occasioni, di grandi occasioni che lo convincano della necessità di raccontarle, di confessarle, di gridarle ad alta voce a qualcuno che possa, voglia, sappia ascoltare e partecipare. Ecco perciò comparire “Bye bye Allen”, “Genova 2001”, e chiedersi, nel “Resoconto” del 2008 (forse l’ultimo testo scritto in poesia da Francesco): “La bellezza: potrà salvarci una volta ancora? Forse, ma la gente, per lo più non ha molto tempo per scrivere poesie”… Ecco perché bisogna alzare la voce.
“Ad alta voce” si intitola infatti il dvd che contiene “poesia, musica ed altro”: è così che Francesco scrive, quando la parola lo raggiunge e chiede con forza di essere comunicata. È così che la sua poesia si esprime, alta nei toni, decisa nelle espressioni. Non è intimista, non è colloquiale, ma cerca ascoltatori che abbiano orecchie per intendere… Ai quali parlare anche d’amore, e di fantasie perdute, ma non in cerca di consolazione, piuttosto in una dialettica intesa che faccia scaturire una volontà nuova di andare avanti, magari dopo il meritato riposo, ogni tanto, dopo uno sforzo prolungato, quando ci si vorrebbe concedere al sonno (“I’m only sleeping”, e lo scriveva vent’anni fa!), e “dormire superando d’un balzo giorni e stagioni / per quest’opaca cerebrale ossessione d’esser solo / sognando sensazioni antiche”…
È sorprendente, visto che dura da quarant’anni, la sostanziale omogeneità espressiva (che è sintesi di sentimento e tecnica) – o bisogna pensare che da questa raccolta siano state espunte le poesie diverse, non rispondenti cioè al canone interiore cui l’autore si è votato e cui rimane fedele. Ma è da pensare, invece, che Francesco Paolo sia proprio quello che era, un convinto pensatore che scrive in versi, una specie di filosofo poetante (non è stato definito così anche Leopardi?). Ciò non è detto per sminuire il valore della sua poesia, per togliere slancio al lirismo che pure in certi momenti connota il suo dirsi e lo spinge a vestirsi di forme più elevate, rarefatte. Prevale comunque la scrittura densa, la struttura vasta, la versificazione a strati, l’esposizione articolata e sinuosa che si fa spesso assertiva più che propositiva, tipica del temperamento, dell’intento pedagogico al quale l’autore sembra non sappia rinunciare, non vuole, non può.

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LA LIBERTA’ DELLE FOGLIE MORTE Un romanzo di Elide Ceragioli

Ed è un peccato che finisca, questo romanzo… si rimane male perché la storia è così ricca di eventi e colpi di scena, di personaggi con le loro avventure e disavventure… ma in effetti le quasi trecento pagine soddisfano l’attenzione che richiedono. Con lo scorrere delle pagine, il succedersi dei capitoli, i personaggi si affastellano, si intrecciano le loro storie (più o meno casualmente: è grande l’abilità registica dell’autrice) e siamo presi e incuriositi – ben sapendo quali pieghe abbia preso la Storia (quella con la s maiuscola) – per vedere dove va a finire, come si esca dal turbine di emozioni che si avverte montare e condizionare anche l’animo del lettore.
La tenerezza degli ambienti familiari, la morbida sensualità dell’adolescenza che si apre alla vita e la torbida esistenza di povere creature malate; anche l’esibizione della violenza, l’asprezza iperrealistica di momenti dei quali potremmo fare a meno… Il male non ha fondo, nei suoi aspetti protervi o sinuosi, perfino necessari – in certe situazioni – perché ne venga un riscatto a chi ha ingiustamente sofferto. Non è sempre facile stabilire confini e per fortuna anche il bene non ha fondo, a rischio della vita. Ma tutto ha una ragione di presentarsi com’è – i buoni e i cattivi a stretto contatto di gomito rappresentano le facce del mondo in un mondo in rapida evoluzione, dov’è difficile mettersi dalla parte giusta, figurarsi essere giusti.
Forse anche l’autrice di questo complesso disegno narrativo ha perduto il conto di quanti siano… L’entrata in scena dei nuovi personaggi nel susseguirsi degli episodi segna il crescere della storia che si snoda e si dipana come facendo sgorgare da se stessa altre storie che poi di nuovo confluiscono nell’alveo centrale a ricomporre la narrazione principale. Le storie di contorno potrebbero in effetti non esserci, senza togliere molto sapore all’insieme, ma devono esserci per inquadrare storicamente le vicende principali che vengono arricchite dalle piccole storie di contorno come appunto quelle pietanze che da sole sembrerebbero meno appetibili. Ma l’autrice ha voluto (ri)costruire un mondo, e lo ha fatto in maniera molto credibile, che avesse una sua definizione storica, una sua umanità, una sua ragione di essere.


Forse il libro poteva articolarsi in una serie di racconti autonomi ed avere la stessa intensità di testimonianza e di affetto per un mondo colto in un momento difficile, di strenua lotta per la sopravvivenza… Un mondo di contrasti, un feroce mondo in cui vige ormai la legge del più forte (e si sa bene chi sono i più forti) ma dove anche il più debole riesce spesso a vincere la sua parte (e ce ne sono tanti, qui, che si arrabattano per non farsi scoprire come tali) – è un mondo che celebra vanamente un’aria da passato glorioso che presto sarà svanita, e in cui nuove forze cercano di farsi strada o per lo meno di non perdere quella faticosamente conquistata.
L’autrice con sapienza e misura regola tutte le storie e muove tutti i personaggi, dando a ciascuno il suo quarto d’ora di celebrità, si direbbe, le sue tre pagine di visibilità, e peccato se in quelle soltanto, in quell’unico momento nella storia (o nella Storia!) il poveretto acquista luce propria – e subito la perde, inseguito com’è da tanti altri in cerca di quarti d’ora, di tre pagine da vivere.. La vita è un mulinello incessante… in cui spesso a caso si finisce presi.
A pensarci bene, non è così, sempre, anche ora, anche qui? Non è sempre una corsa, la vita, una lotta a raggiungere e trovare il posto in vista, scalciando e scavalcando i meno capaci, prostituendo l’anima spesso più che il corpo al miglior offerente? Le foglie morte, di solito, finiscono spazzate via a macerarsi in qualche rigagnolo… Di rado, però (succede, paradossalmente) proprio quando muoiono trovano la libertà – staccandosi dall’albero che le teneva legate alla sua volontà. Bisogna in definitiva aver fede nella missione che la vita ci riserva da compiere: così soltanto ci si potrà sciogliere da legami ossessivi e dar vita ad una privata costruzione dell’esistenza che si liberi da costrizioni e infingimenti. Oggi, certo, è più facile, se facciamo tesoro di quel che sappiamo; malgrado il bombardamento mediatico che ci subissa di conformismo (la propaganda dei nazisti era più abietta ma non più efficace). Alla fine della storia come la racconta Elide Ceragioli, il sugo – direbbe don Lisander – si è molto ristretto, ma basta ancora a condirci il futuro.

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