Quella volta che scrivevo in portoghese…

Il bambino che gioca e il poeta che compone versi: sono entrambi nella stessa età magica.

Peccato solo averlo conosciuto soltanto adesso… è vero che la poesia non ha data di scadenza e un poeta non muore quando muore, poiché appunto la sua poesia non scade, e non muore comunque con lui… ma non aver saputo nulla di Mario Quintana finora, e averlo incontrato solo ora e per caso – è una piccola colpa, un piccolo peccato di ignoranza che vale la pena espiare subito con un bel po’ di interesse convinto e partecipe!
D’altronde è facile: la poesia del vecchio brasiliano (che ha scritto per settant’anni) pare talmente congeniale che potrei chiedermi – come capita in rari momenti di incontri felici – perché l’ho scritta in portoghese? Ed è lui che sottolinea come “una bella poesia è quella che ci dà l’impressione di leggerci – e non noi la poesia”. D’accordo, e aggiungiamo pure che “non è il lettore a scoprire il poeta, ma lo stesso poeta scopre il lettore e lo rivela a se stesso”. Io lo dico da sempre… Non sapendo, ovviamente, che l’avesse detto lui (che lo avessi detto in portoghese attraverso di lui!)…
I temi ricorrenti nella poesia di Mario Quintana sono: lo specchio, il tempo, il fare poetico, quanto basta per somigliarmi… “la nostra anima ci coglie in flagrante negli specchi in cui ci guardiamo senza volere” (è vero, l’ha detto anche Pirandello, e Svevo, di passaggio, facendosi la barba…) – ma è proprio così che vive il poeta, proiettandosi e leggendosi nelle mille facce dei suoi lettori (Pirandello arriva a centomila, ma ne bastano cento per capirci qualcosa). “Questo estraneo che abita lo specchio (molto più vecchio di quanto non sia io) mi guarda con l’espressione di chi cerca di indovinare chi sono”.
La sintesi sublime delle tre tematiche è in un aforisma di una inquietante densità espressiva: c’è il sentimento del tempo indifferente all’uomo, quello dello sguardo altrui che si fa nostro e quello della poesia che non è solo di chi la scrive ma di chi la legge – tutto in una ventina di parole: “Pesco un lettore; un’altra volta il lettore pesca me. Tra una cosa e l’altra, le acque scorrono”… Che altro aggiungere?
Insomma, nella poesia di Mario Quintana ho scoperto una mia faccia portoghese che non conoscevo (una volta, un’amica che faceva strani calcoli astrologici, scoprì che in una vita precedente ero stato una monaca portoghese in un convento sull’oceano – chi lo sa, forse aveva ragione), mi sono guardato in uno specchio diverso e mi sono riconosciuto, ho colto il senso del tempo che passa mentre passiamo noi. “Scopro un mio ritratto di quando avevo dieci anni. Lo nascondo subito: chissà cosa penserà di me quel ragazzo!”.
Il poeta, più delle persone normali – diciamo così per capirci -, è legato alle memorie, alle sensazioni che da quelle ancora sgorgano e si trasformano in espressione artistica. Ma chi può dire quanta sofferenza ci sia nel conservare quelle parti di sé che tanto si vorrebbe alienare (e a volte appunto lo si fa mettendole sulla carta, sulla tela…), quanta pena ci si porti dentro, quanti armadi si custodiscano pieni di spettri e cadaveri più o meno in buona salute! Come sarebbe più facile smettere di essere chi si era e cercare di vivere come si è!
D’altra parte è stato un grande portoghese a dire che il poeta è uno che finge… (va bene che lo diceva anche Leopardi, a modo suo, ma lo diceva solo e non riusciva a farlo). Si finge a volte quel che si ricorda di essere stati o quel che si desidera poter diventare, senza capire che bisogna occupare il presente (questo lo diceva Pascal) e farlo seriamente. Invece – e questo farebbe arrabbiare anche Seneca: “Queste due pazze, la Nostalgia e la Speranza, vivono entrambe nella casa del presente, quando – com’è logico – dovrebbero stare una nella casa del passato, una in quella del futuro. Quanto al presente, ah! non è in casa”. Il che significa, come appunto sosteneva Seneca e condivideva Pascal, anche se da punti di vista diversi per ragioni esistenziali, ideologiche e religiose, che siamo noi a sprecare l’attimo fuggente (carpe diem, lo diceva anche Orazio), vittime di inutili nostalgie o pericolose speranze…
Però, com’è bello pensare che “Il ricordo è una sedia a dondolo che si culla da sola”… non dover fare nemmeno la fatica di spingere il cavalluccio a dondolo sul quale, inguaribile fanciullino, il nostro animo riposa. Il nostro inguaribile animo di poeta, sospeso nel tempo.

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