Archivi del mese: ottobre 2012

Quella volta che scrivevo in portoghese…

Il bambino che gioca e il poeta che compone versi: sono entrambi nella stessa età magica.

Peccato solo averlo conosciuto soltanto adesso… è vero che la poesia non ha data di scadenza e un poeta non muore quando muore, poiché appunto la sua poesia non scade, e non muore comunque con lui… ma non aver saputo nulla di Mario Quintana finora, e averlo incontrato solo ora e per caso – è una piccola colpa, un piccolo peccato di ignoranza che vale la pena espiare subito con un bel po’ di interesse convinto e partecipe!
D’altronde è facile: la poesia del vecchio brasiliano (che ha scritto per settant’anni) pare talmente congeniale che potrei chiedermi – come capita in rari momenti di incontri felici – perché l’ho scritta in portoghese? Ed è lui che sottolinea come “una bella poesia è quella che ci dà l’impressione di leggerci – e non noi la poesia”. D’accordo, e aggiungiamo pure che “non è il lettore a scoprire il poeta, ma lo stesso poeta scopre il lettore e lo rivela a se stesso”. Io lo dico da sempre… Non sapendo, ovviamente, che l’avesse detto lui (che lo avessi detto in portoghese attraverso di lui!)…
I temi ricorrenti nella poesia di Mario Quintana sono: lo specchio, il tempo, il fare poetico, quanto basta per somigliarmi… “la nostra anima ci coglie in flagrante negli specchi in cui ci guardiamo senza volere” (è vero, l’ha detto anche Pirandello, e Svevo, di passaggio, facendosi la barba…) – ma è proprio così che vive il poeta, proiettandosi e leggendosi nelle mille facce dei suoi lettori (Pirandello arriva a centomila, ma ne bastano cento per capirci qualcosa). “Questo estraneo che abita lo specchio (molto più vecchio di quanto non sia io) mi guarda con l’espressione di chi cerca di indovinare chi sono”.
La sintesi sublime delle tre tematiche è in un aforisma di una inquietante densità espressiva: c’è il sentimento del tempo indifferente all’uomo, quello dello sguardo altrui che si fa nostro e quello della poesia che non è solo di chi la scrive ma di chi la legge – tutto in una ventina di parole: “Pesco un lettore; un’altra volta il lettore pesca me. Tra una cosa e l’altra, le acque scorrono”… Che altro aggiungere?
Insomma, nella poesia di Mario Quintana ho scoperto una mia faccia portoghese che non conoscevo (una volta, un’amica che faceva strani calcoli astrologici, scoprì che in una vita precedente ero stato una monaca portoghese in un convento sull’oceano – chi lo sa, forse aveva ragione), mi sono guardato in uno specchio diverso e mi sono riconosciuto, ho colto il senso del tempo che passa mentre passiamo noi. “Scopro un mio ritratto di quando avevo dieci anni. Lo nascondo subito: chissà cosa penserà di me quel ragazzo!”.
Il poeta, più delle persone normali – diciamo così per capirci -, è legato alle memorie, alle sensazioni che da quelle ancora sgorgano e si trasformano in espressione artistica. Ma chi può dire quanta sofferenza ci sia nel conservare quelle parti di sé che tanto si vorrebbe alienare (e a volte appunto lo si fa mettendole sulla carta, sulla tela…), quanta pena ci si porti dentro, quanti armadi si custodiscano pieni di spettri e cadaveri più o meno in buona salute! Come sarebbe più facile smettere di essere chi si era e cercare di vivere come si è!
D’altra parte è stato un grande portoghese a dire che il poeta è uno che finge… (va bene che lo diceva anche Leopardi, a modo suo, ma lo diceva solo e non riusciva a farlo). Si finge a volte quel che si ricorda di essere stati o quel che si desidera poter diventare, senza capire che bisogna occupare il presente (questo lo diceva Pascal) e farlo seriamente. Invece – e questo farebbe arrabbiare anche Seneca: “Queste due pazze, la Nostalgia e la Speranza, vivono entrambe nella casa del presente, quando – com’è logico – dovrebbero stare una nella casa del passato, una in quella del futuro. Quanto al presente, ah! non è in casa”. Il che significa, come appunto sosteneva Seneca e condivideva Pascal, anche se da punti di vista diversi per ragioni esistenziali, ideologiche e religiose, che siamo noi a sprecare l’attimo fuggente (carpe diem, lo diceva anche Orazio), vittime di inutili nostalgie o pericolose speranze…
Però, com’è bello pensare che “Il ricordo è una sedia a dondolo che si culla da sola”… non dover fare nemmeno la fatica di spingere il cavalluccio a dondolo sul quale, inguaribile fanciullino, il nostro animo riposa. Il nostro inguaribile animo di poeta, sospeso nel tempo.

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Malinconia? Poesia!

Una volta, con Catullo, si andava alla taberna a bere e giocare all’amore… “insieme a una ragazza che ci stia”… Poi con Dante e Cecco e gli altri che si scambiavano insulti a suon di sonetti! Ci si ritrova ancora, a tavola, con la voglia di verseggiare leggeri…
Così è capitato a Macchia d’Isernia la scorsa estate: addirittura quattordici poeti “di varia provenienza” (comprese tre giovanissime esordienti) si sono messi a tavola per condividere pane e poesia. Ne è venuto fuori anche un piccolo libro, Dolci note di malinconia, un “libello”, come giustamente lo chiama Ida Di Ianni nella sua nota di presentazione. È stata lei (che già fu tra gli ideatori degli incontri annuali dei “poeti extravaganti“, testimoniati nella collana “la stanza del poeta”), a curarne la pubblicazione (per le “sue” Volturnia edizioni), insieme a Maria Pia De Martino. Insieme, le due amiche molisane hanno guidato l’allegra combriccola a passare qualche ora in comunione di parola e quindi – con la stampa del “libello” – hanno permesso a quelle parole di rimanere e “gire fra la gente”…


Il risultato non ha pretesa di regesto poetico e va quindi accolto come un prezioso regalo a chi non c’era – ci sono comunque stacchi di poesia convincente e momenti di intensa meditazione lirica. Ci sono voci che rimangono sommesse nei toni dell’intimità ed altre che si aprono a considerazioni sociali… Un piccolo scrigno cui attingere nei momenti di malinconia, poiché queste Dolci note di malinconia (il titolo ammicca, nel suo velato ossimoro!) non lo sono affatto, dolci sì, malinconiche no, essendo scaturite da un intenso momento esistenziale di benessere condiviso, dallo scambio di “” per sentirsi meno soli… perciò, come scrive Maria Pia nella sua nota, “a sera ognuno è stato meno solo, meno scheggia“.

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Da MALTA poesia in italiano

Un piccolo libro di sorprese! Un libro a due voci di autori maltesi scritto in italiano è già una bella sorpresa (essendo per noi la loro lingua madre pressoché inintelligibile). Questo “Sponde amanti” di Attard e Sammut – stampato a Qormi (Malta) – ha la prefazione di un critico italiano, Amerigo Iannacone, editore e poeta, conoscitore di molta poesia non solo italiana. Infine, la sezione di Sammut (il volume raccoglie ventuno poesie per ciascuno dei due autori) è dedicata “a tre poeti e amici sinceri: Paola Maria De Maestri, Amerigo Iannacone, Giuseppe Napolitano ” –  e questa è la sorpresa più piacevole, poiché è segno di affetto e stima che meritano di essere ricambianti con altrettanti sentimenti.

Ma il libro si fa leggere gradevolmente, in entrambe le sezioni, anche se, come appunto scrive Iannacone, “i due autori sono tra loro diversi ma per alcuni aspetti sono simili”. E quindi si è invogliati a scoprire le diversità e le affinità che hanno spinto i due poeti maltesi a figurare insieme in un volumetto a carattere internazionale. Mario Attard scrive con “un velo di malinconia”, più arguto è Patrick Sammut, ma entrambi amano le cose della natura e i buoni sentimenti.

Un’ultima sorpresa (per quanto attesa, questa – conoscendo l’autore) è la presenza nella raccolta di Sammut della poesia dedicata a “Gaeta punto d’incontro” – scritta in occasione della sua partecipazione al Convegno internazionale “Il viaggio della parola” in occasione (come ricorda nella sua nota biografica) dello Yacht Med Festival 2011. Ulteriore manifestazione di umanità e ricchezza di sentimenti.

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