Ancora sul QUADERNETTO

E’ una recensione di TITO CAUCHI e la propongo volentieri poiché mi sembra davvero che mi legga dentro.

Marcello Carlino, dell’Università La Sapienza di Roma, nella nota introduttiva al Quadernetto di Giuseppe Napolitano, esalta la forza prorompente del Poeta, spiegando che la sua scrittura fuoriesce breve, epigrafica, quanto aforistica. Coglie elementi che fanno accostare il Nostro al Montale per la brevità delle composizioni, al Petrarca per l’impronta autobiografica, a Pascoli per la freschezza d’animo, ad Ungaretti nella ricerca del suo percorso, con la voglia di scrivere che fa del poeta “savinescamente un dilettante impenitente”.
Dalla breve biografia posta in chiusura, si desume l’anno di nascita di Giuseppe Napolitano, nel 1949. Fondatore e curatore di una collana denominata “La stanza del poeta”; il suo primo quadernetto risale al 1970; è radicato nella provincia di Latina. Ad oggi ha pubblicato circa settanta opere. L’attuale Quadernetto è una riproposizione e un ampliamento di quello, tanto che si compone di tre parti che ricalcano tre titoli di altrettanti quadernetti: “Primo”, “Secondo”, “E poi”; credo senza alcuna frattura tra le parti. Una caratteristica della sua scrittura consiste nel non fare uso del punto fermo e nell’usare ad inizio verso i due punti. L’opera è dedicata “Alle custodi della mia bellezza Irene e Gabriella”. Giova seguirne le tappe.
Giuseppe Napolitano nell’incipit afferma in forma aforistica: “Essere/ poeta non basta” con questo punto di partenza si inoltra nei vari tentativi, dando libertà al desiderio di scrivere, ad erigere un tempio all’Arte, tanto che prosegue: “Poetare è scandagliare/ nel tempo a venire parole/ da farne collane e monili”. Sa che l’arte fa soffrire, ha bisogno di essere corteggiata come una sposa. Si chiede se non abbia sciupato la sorgente della ispirazione ed ora torna ad essa nell’incertezza degli esiti, vergando parole da lasciare a testimonianza di sé.
La buona poesia è come il buon pane, ma se si è affamati si rischia di non gustarla: a lui basta trarne diletto; così gioisce assaporando alcuni versi memorabili, come quelli foscoliani, o alla lettura de La coscienza di Zeno. Ma vive nel concreto, pur cambiando una maschera di stampo montaliano; la poesia è vita, ma le parole non possono essere confuse con essa. Riscontriamo una celata metafora sulla vita che si consuma oggi come un oggetto, come rifiuti speciali. Pensa a quando a casa sua si respirava la poesia di famiglia, suppongo padre madre e lui stesso.
Il Poeta sa che per fugare le paure, deve guardarsi dentro: una ‘metempsicosi’, in cui ritorna ugualmente in se stesso, come morire e rinascere “potrei/ assaporare/ in altre vite (quante!)/ i sogni e i rimpianti/ che ogni tanto mi cullano”. Sa che la vita è piena di sorprese, che occorre avere comprensione ed in questo si rivela fratello ed amico di quanti lo circondano. Quel poco che dice di sé, lo lascia in una traccia biografica, come in un gioco di parole sulla propria età “Trent’anni fa ne avevo 30 e mi sentivo/ padrone di uno sconosciuto mondo”, riflettendo sul tempo che trascorre e che ci conduce con sé. Torna in se stesso dopo essersi interrogato, eppure finge di percorrere altri luoghi e altri tempi, ma finisce per ritornare sui suoi passi.
Giuseppe Napolitano sgretola il discorso lirico e dissemina unità monotattiche intorno a un luogo mentale per esprimerlo attraverso una razionalità congelata, recuperando una poetica del correlativo oggettivo ricca di catene metonimiche molto efficaci per una destabilizzazione dell’omologato. L’Autore canta la incredibile leggerezza con cui andiamo incontro al destino laddove la poesia si incrocia ellitticamente con la vita vera con la sua lieve alonatura di sogno e di remoto silenzio.

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