Leone D’Ambrosio e la madre Anticlea

Anticlea è mia sposa, dice Leone D’Ambrosio in questo suo ultimo libro di poesie (arricchito anche da una nota Introduzione di Andrea Gareffi), che appunto ha quel titolo e riporta in copertina una figura erotica di Normanno Soscia.


Perché la scelta di Anticlea non è chiaro subito, ma chi ricorda l’omerica figura della madre di Ulisse comprende… Questa raccolta di versi (orami sono una decina i lavori pubblicati da D’Ambrosio) è un colloquio, che si vorrebbe dimesso, appunto colloquiale nei modi e nell’espressione.
Parole ricorrenti legano i testi successivi (terra e radice, ad esempio, e dolore e amore) in una (probabilmente voluta) contiguità tematica ed espressiva.
Ma è un finto colloquiare, poiché il tono è sostenuto e spesso il linguaggio si fa aspro, ricercato nel lessico e spericolato nella scansione. A chi ci si potrebbe rivolgere così?
Forse alla madre ideale che tutto comprende poiché del figlio è radice e sogno perpetuo… “Il nostro tempo è dolore… quieto nel petto / che a te affido radice”. Lei, l’altra, chiunque sia, risponde comunque col silenzio, in silenzio… e la si può sentire quindi non come materica voce ma come “ombra muta”…
Sembrerebbe dunque poca cosa la “quantità di te” che si può possedere, ma basta a fortificare l’animo schiudendo la voce al poeta. Dandogli non solo la voglia (esigenza) di aprirsi e comunicare ad altri il suo sentire privato, ma la volontà di misurare il suo dire nella misura mitica è nuova forza necessaria in tempi di bilanci poetici ed esistenziali al tempo stesso.

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