Archivi del mese: agosto 2012

TRE POETI DEL MEDITERRANEO ORIENTALE

HAYDAR ERGULEN (Turchia)

Può darsi un giorno nella tua tasca
porterai un fazzoletto giallo
come caduto da un limone –
piccole poesie come una macchia d’ombra del tempo
e con quelle andrai a una cerimonia
forse di nozze – una festa –
un pomeriggio in musica o un caffè nei campi
– il tuo fazzoletto può disgustarsi e possono
cadere dalla tua tasca le poesie – portale
sotto la pioggia – è meglio che si calmino

 

ALAA KHALED (Egitto)

Fra vent’anni incontrerò una donna
invecchiata – avanti a lei
sfoglierò i miei abiti e mostrerò
foreste in fuoco sotto la mia pelle

Sarò meno teso di adesso
più sicuro del mio corpo
metterò ai suoi piedi i miei ricordi
perché scelga un passaggio dove la tenerezza si apra
– mi farà certo domande su mia madre –
mia madre sarà morta allora e non saprò che dire
ma le lascerò la cura di perquisire il corpo

Avrò già cinquant’anni – forte
di una vasta esperienza a caccia d’amore materno
sul volto dei passanti
– lei mi abbraccerà
mi aprirà l’altra porta della tenerezza
metterà ai miei piedi i suoi ricordi che imbarco
e corro in cerca di un figlio che sarà scrittore
– fin dall’infanzia

 

MICHALIS PAPADOPOULOS (Cipro)

Per fortuna i miei versi
non diventeranno slogan
o canzoni negli stadi
perché la generosità
segreta e sincera
dei lettori la guadagnano
i versi che non sono affatto celebri

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Una poetessa colombiana a Parigi

 

 

La poetessa colombiana Myriam Montoya vive a Parigi da molti anni. Conosciuta a Sète, in occasione del Festival VOIX VIVES…  Vale la pena leggere le sue poesie, a presto!

MYRIAM MONTOYA (Francia-Colombia)

Andrò ancora
negli angoli nascosti
che mi sono appartenuti
e ho abbandonato
per evidenti ragioni

Balbettare con parole piccine
le distruzioni dell’estraniamento
mi fa crescere ali
che smorzano l’oblio

Troncata la mia erranza
tralci di vita interrati
paesaggi e volti perduti

Sono una sopravvissuta
millenaria tartaruga a volte
altre volte uccello da preda

Ho appreso trucchi
e astuzie sui moli
e sugli imbarcaderi

Ho incrociato frontiere
e seminato amore
sui passi cattivi

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Tre poeti del Mediterraneo

conosciuti a Sète, spero di averli a Gaeta l’anno prossimo…

 

GHASSAN ALAMEDDINE (Libano)

Sono caduti dalla scatola tutti i fiammiferi
– con che cosa accenderò il carbone dei sogni?
L’albero nero che bruciai dei miei desideri
anche le sue ceneri sono introvabili

Per tanto tempo ho creduto che il giorno
fosse il figlio sfigurato della notte
e il mare
fosse l’unico luogo di naufragio

***

TAIEB LESLOUS (Algeria)

Questa porta – nel loro silenzio
le sue chiavi si sono addormentate –
allora l’esterno ha smesso di aprirla
e la mia memoria occupa il vuoto

Cosa hai dimenticato alla sorgente?
porta che raduni gli elementi della certezza
aprimi su una parola sola
o bocca aperta dello stordimento
– ferma alla fine del viaggio
aprendoti i profeti hanno parlato alle tenebre
e sui loro segreti i folli ti hanno chiusa

***

ABDALLAH ZRIKA (Marocco)

È così che
l’occhio sotto l’occhio
è una lacrima
La lacrima che è vicino
all’occhio è un occhio

E lo specchio è un pianto
debordato su
una parte del viso

 

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Leone D’Ambrosio e la madre Anticlea

Anticlea è mia sposa, dice Leone D’Ambrosio in questo suo ultimo libro di poesie (arricchito anche da una nota Introduzione di Andrea Gareffi), che appunto ha quel titolo e riporta in copertina una figura erotica di Normanno Soscia.


Perché la scelta di Anticlea non è chiaro subito, ma chi ricorda l’omerica figura della madre di Ulisse comprende… Questa raccolta di versi (orami sono una decina i lavori pubblicati da D’Ambrosio) è un colloquio, che si vorrebbe dimesso, appunto colloquiale nei modi e nell’espressione.
Parole ricorrenti legano i testi successivi (terra e radice, ad esempio, e dolore e amore) in una (probabilmente voluta) contiguità tematica ed espressiva.
Ma è un finto colloquiare, poiché il tono è sostenuto e spesso il linguaggio si fa aspro, ricercato nel lessico e spericolato nella scansione. A chi ci si potrebbe rivolgere così?
Forse alla madre ideale che tutto comprende poiché del figlio è radice e sogno perpetuo… “Il nostro tempo è dolore… quieto nel petto / che a te affido radice”. Lei, l’altra, chiunque sia, risponde comunque col silenzio, in silenzio… e la si può sentire quindi non come materica voce ma come “ombra muta”…
Sembrerebbe dunque poca cosa la “quantità di te” che si può possedere, ma basta a fortificare l’animo schiudendo la voce al poeta. Dandogli non solo la voglia (esigenza) di aprirsi e comunicare ad altri il suo sentire privato, ma la volontà di misurare il suo dire nella misura mitica è nuova forza necessaria in tempi di bilanci poetici ed esistenziali al tempo stesso.

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DALL’IDILLIO AI RIMPIANTI – di Manfredo Di Biasio

La malinconia dei momenti perduti – o lontani – ma dolce di struggente presenza consolatoria, quando inutile sarebbe rimpiangere e si conserva almeno il gusto di un sapore che fu vita, sia pure per un momento irripetibile.


“Un’armonia segreta / innocenza d’ali nell’azzurro” è fissata nei versi com’era stata cucita nel cielo di un’esistenza ancora confidente nel futuro – adesso il poeta ricuce i frammenti del suo abito che è stata la vita e ne mostra anche le toppe necessarie a reggerlo ancora.
La vita è un giardino che non sempre ci sorride con i fiori più belli – va curato e coltivato e bisogna aspettare che arrivino i frutti desiderati. Gustarli poi, o conservarne solo l’aroma per non guastarne la bellezza o perché troppo alti sul ramo, questo a volte è soltanto il caso a deciderlo.
“Dall’idillio ai rimpianti” di Manfredo Di Biasio (edizioni Eva, ne “i colibrì”) raccoglie un ricco mannello di testi già pubblicati nel tempo (con una significativa sezione inedita a completare il volume). Il titolo dice di cosa si tratta: poesie d’amore e altro (come annuncia il sottotitolo, e in quell’altro c’è il rimpianto, appunto, e c’è il desiderio insoddisfatto, ma sempre c’è la delicatezza di un approccio, la sensualità finissima e la sensibilità letteraria di un autore che vorrebbe mostrarsi come uomo “normale”, preda e vittima di sensi e sentimenti, ma rimane un poeta di provata preparazione – e deve manifestarlo forse anche se qualche volta vorrebbe fingere un tono minore.

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BASTARDIA: un racconto portoghese di Hélia Correia

Un’allucinata corsa verso l’azzurro che è la fonte (e la fine) della vita – un’estenuante ricerca di sé nella radice inconoscibile: un padre mistico al quale si desidera tornare (ma come l’ascesa a ritroso nell’utero generante).
Un piccolo stupefacente libro, di quelli che forse riescono solo ai lusitani ai quali è concesso di respirare il sogno del viaggio anche senza viaggiare. L’autrice di “Bastardia” riesce a coniugare il chiarore della vita – caravaggesco si direbbe – con la miseria della morte, quando il fuoco dell’esistere si scurisce e si incupisce come in quadro desolato di Goya.
Un piccolo capolavoro, che non si può leggere a capitoli, tale e tanto forte essendo la spinta centrifuga che proietta il giovane infelice protagonista a fuggire due volte dal comune appartenere all’umanità: il suo definitivo farsi azzurro dà il senso di una illuminante verità all’inquietante angoscia di cui ha vissuto.
Hélia Correia tocca in questo suo lavoro narrativo un deciso vertice di inventiva – la suggestione della sua storia, incredibile (ma costruita come fosse verisimile), ci lascia incerti nel giudizio eppure ci cattura, travolti dalla passione che lei ci comunica.

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