AMOR CHE NELLA MENTE MI RAGIONA…

Visto che ritengo La mente ama un titolo piuttosto fuorviante, anche se in modo provocatorio, e comunque parziale (“per intelligenza”, si potrebbe completare; o è troppo asseverativo, e dovrebbe ammettere che una mente seria ama chi se lo merita – o quel che le è più utile a stare meglio), preferirei partire dal sottotitolo, che potrebbe essere il vero titolo del libro, essendo peraltro la reale esemplificazione del pensiero dell’autore.
Veniamo dunque alle riflessioni che mi ha suscitato il libro di Alessandro Bertirotti. Alla pericolosa solitudine che provoca, per esempio, l’autostima: ci si crede migliori (poiché ci si sente diversi), e ci si fida delle proprie capacità critiche (o creative, vale anche per chi pratica l’arte, come no?), a volte senza nemmeno volerle (o sapersi) confrontare… Si finisce per isolarsi nel compiacimento di sé, evitando di mettersi in gioco. Bisogna invece misurarsi con il prossimo, proprio perché si ha consapevolezza di sé: è qui il valore del dettato socratico (ammesso che sia davvero suo, soltanto suo; e intanto sforziamoci almeno di ammettere che sulla linea Seneca – Agostino c’è ancora consonanza con quel dettato che invita a guardarsi dentro responsabilmente): conoscere se stessi e sapere di non sapere significa disporsi all’ascolto dell’altro, aprirsi alla comprensione del fuori poiché coscienti del proprio limite. Se impari a conoscerti negli altri, ne saprai di più anche su te stesso (è una variazione da Seneca). E questo porta a darsi, e perciò la mente ama – non solo con le parole –, quando sa di aver bisogno d’altro che di se stesso, oltre se stesso, per affermare la sua grandezza. Amare all’inizio può essere anche una forma di egoismo trasferito sull’oggetto dell’amore; poi diventa dono di sé (mai annullamento, però – o si perde ogni senso della misura, del valore stesso dell’amore).
Insieme a te io sono nato ancora (chiedo perdono per l’autocitazione)… si parla ancora d’amore: può banalmente intendersi nel senso che un figlio faccia ri-nascere il genitore poiché in quella nuova forma di vita c’è riprodotta un po’ della propria (e dell’altro genitore, certo). Ma ri-nascere è proiettarsi di nuovo nel tempo, affidando a chi – presumibilmente, auspicatamente – vivrà più di noi il compito (egoistico senz’altro, ma appunto di un egoismo trasferito, segnato com’è dall’amore assoluto che è il darsi interamente alla vita di un’altra creatura), il compito di andare oltre il nostro tempo, conservando in quel suo tempo futuro un po’ del nostro che è passato…
“Esercizio continuo la vita di dolore e pazienza”: quando ho scritto questi versi, alcuni decenni fa, non sapevo che esistesse la resilienza! Ma sapevo che resistere (parola oggi abusata, come tante) è la dimostrazione della propria forza morale, delle proprie convinzioni, se le si ritengono giuste. Poi lessi che i poeti decadenti erano riusciti a scendere nell’abisso del peccato e risalirne “in purità di canto”, e mi bastava. Però l’etimologia sottolineata da Bertirotti mi affascina: resilienza da re-salio nel senso di saltare e persino danzare: bello questo danzare sul dolore per superarlo, esorcizzandolo quasi in francescana letizia, vincendone gli effetti cattivi, ed anzi approfittarne per crescere migliorati (“affinché il lutto non diventi padrone della nostra esistenza” – davvero una bella affermazione!). Così non avremmo perso tempo a dolerci inutilmente quando il latte è versato o la ricotta ci è cascata per strada. Errando discitur, è vero, se apprendiamo dai nostri errori, non se stiamo ad aspettare che qualcuno sbagli per fregargli il posto… Nemmeno se ci mettiamo ad aspettare che il fiume ci consegni il cadavere del nemico… Tempo perso!
Concordo pienamente con Alessandro Bertirotti quando ricorda che “Socrate, nel momento in cui applicava ai suoi discepoli l’arte della maieutica, riusciva a studiare se stesso considerando la propria vita nello specchio rappresentato dagli altri”. È il segreto della conoscenza, ed è un trucco molto utile anche in pedagogia. Chi lo sa? Chiedevo mentre spiegavo qualcosa… e c’era sempre qualcuno che tirava fuori un pezzetto di definizione, magari, ma serviva a dare agli altri il senso della risposta, della soluzione – e i più attenti si misuravano a provare anche loro una definizione, e usciva infine la conoscenza collettiva che era di tutti e di ognuno. Farsi specchio per gli altri: anche questo è amore – Socrate era innamorato di sé nella misura in cui (è proprio il caso di usare questa brutta obsoleta espressione) riusciva a vedersi nel prossimo, e al prossimo dava l’incarico di stimolarlo a vedersi meglio, a non fidarsi del momento vissuto e cercare di vivere sempre più degnamente nel rispetto di tutti. E il rispetto – come ben sa la mente intelligente – è il fondamento dell’amore.

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