Un siciliano che sogna di vivere e …vive scrivendo

Annuvolata di Giuseppe CAMPOLO è uno straordinario romanzo di formazione, che sembra formarsi esso stesso fra mille contraddizioni, all’inseguimento di un protagonista anomalo: una specie di Candido che attraversa la vita senza sporcarsi pure a contatto con le più squallide e comunque provocanti situazioni, tra personaggi ambigui, o ancor meno reali di lui.
Una storia che si fatica a sciogliere, quindi, ma che incanta (e in fin dei conti finisce per convincere) per le proposte su cui riflettere. Vi sono pagine di poesia e ve ne sono di prosa rutilante e densa di sorniona sentenziosità – fra il siciliano e il sudamericano, verrebbe da dire. E siamo sospesi fra Gadda e Pirandello quando appare (nel cap. XI) “un personaggio che non è della mia storia”… E che viene a fare? Chi ce lo ha chiamato? “Veramente, che faccia parte a buon diritto della mia storia e della cui esistenza non possa privarmi, non c’è mai stato nessuno, malgrado un tempo l’aspettassi”. Come facciamo a credere alla serietà di un autore che ci abbindola con simili teorie narratologiche? Povero cane menato per l’aia! D’altra parte, “non i credenti, paurosi mendicanti d’esistenza, sanno qualcosa dello spirito. Gli artisti non hanno il problema di crederci: ne raccontano: per loro è quel che c’è di più concreto” – questa sì che dobbiamo prenderla per buona. Se almeno all’artista, al poeta, è riconosciuto tale merito e tale capacità di conoscenza!


È da leggere, questo libro, se non altro per dare soddisfazione e insieme scacco all’autore che dice di non sapere “a che farne”, se scrive, eppure confessa che gli è presa “la voglia irresistibile di menar la scrittura” (e il suo alter ego, il protagonista di Annuvolata, ha scritto a dieci anni “un poema in quartine endecasillabiche a rime baciate”)… forse inseguendo “la chimera dell’interlocutore ideale” – ma tant’è: lo fa e dice di non volerlo fare, come un po’ avviene in tutto il libro al suo stesso protagonista, che spesso è tale solo casualmente di episodi ai quali nemmeno presta molta attenzione, subito preso com’è da nuove ricerche esistenziali, da incontri e non di rado scontri… “Mi chiedevo davvero: ma infine chi sono io?” E subito dopo – anche se passiamo dalla fine della prima all’inizio della seconda parte del libro: “Forse sono un profeta”… – di quelli visionari, però, ai quali è pericoloso dar credito; ma – in un altro punto – “Dio mi guardi dal parlare da profeta!”. E fosse possibile infine “incontrare almeno se stessi”! scendere in un pozzo e risalire, come diceva Baudelaire, “in purità di canto”.
Un po’ “Candido”, allora? E forse un po’ “albatro”, creatura celeste esiliata sulla terra (considerando il finale del libro si opterebbe quasi per una figura di angelo esploratore)… Si può paragonare (e non solo per andare forzosamente in cerca di ascendenze o antecedenti) questo innominato personaggio di Annuvolata alle nobili figure letterarie del passato? E chissà se la mancanza del nome (unita però alla scrittura in prima persona) deve avere il senso della spersonalizzazione che più facilmente provoca nel lettore il confronto e la partecipazione. Credere nell’autobiografia parrebbe assurdo, se non è un sogno ad occhi aperti o – come direbbe altri – “un sogno fatto in Sicilia”! per chiudere eventuali confronti di ruoli…
Probabilmente ci vorrebbe un buon psicanalista, come capitò a Svevo e al suo Zeno… e invece Campolo vorrebbe “psicanalizzare Dio”! (che pure potrebbe essere un modo per capire come mai il mondo va tanto a rovescio)… Estremo sberleffo alla creatività dell’artista e all’ordine costituito del mondo? Dev’esserci in definitiva un ordo rerum, anche nella repubblica dell’arte – o si finisce tutti a casino (qui è proprio il caso di dirlo). Ma questa Annuvolata (il significato del titolo è chiaro solo all’ultimo) sa, neppure tanto nascostamente, di un grande apologo sulla purezza, un viaggio iniziatico di quelli che una volta si imponevano a chi si affacciava alla maturità e finivano per essere un banco di prova impari alle forze di qualcuno, che poi ne avrebbe serbato indelebile il ricordo fallimentare.

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