Chiaramente in poesia…

Chiara Scrobogna sa come si scrive e scrive come si deve. Il coraggio della spontaneità è senz’altro un punto di arrivo – non è dato sapere (a parte la scarna, ma onesta e comunque chiarificatrice nota di copertina a sua firma) quanto lavoro ci sia dietro questo primo libro, ma è certo che “il disegno che tutti ci racchiude perché ciascuno è riconoscibile agli altri nel momento del proprio sentire…” è un piccolo manifesto di poetica, pienamente condivisibile. Freschezza e densità insieme sono i caratteri subito evidenti.
Nessuno le dirà – c’è da sperarlo – che merita l’antologia della lirica italiana o la crestomazia della poesia al femminile; c’è da credere che – essendo lei abituata a stare con i piedi per terra – sa lei stessa di non essere ancora nell’albo d’oro dei poeti che contano, né può aspettarsi da questo piccolo libro la considerazione della cosiddetta critica militante, sempre così distratta nell’inseguire la facile recensione al libro di successo. Ma in virtù di questa sua manifesta volontà di darsi, per “aver messo a nudo la mia anima” (dice), il successo primo lo ha già conseguito: i lettori avveduti sapranno cogliere, nel suo bisogno per lei “benefico” di manifestarsi, la comunione di spirito che lega le persone serie.
All’improvviso, nel giro breve di tre anni – ma si può dire molto meno, a leggere bene le date che l’autrice pone in calce alle sue poesie -, questa raccolta esprime una imprescindibile necessità interiore, il bisogno di comunicare di un’anima, il desiderio di raccontarsi ad esempio (tipico forse di una madre ma comunque dono – che più frequente dovrebbe essere – di chi scrive da poeta). Il giro brevissimo in effetti copre meno di un anno, fra il giugno e il dicembre del 2006: comprende il 70 per cento dei testi raccolti in Tanto anch’io. Il resto, gli ultimi 14 testi su 51, è distribuito fra il 2007 e il 2009 (anno cui appartiene peraltro soltanto l’ultima poesia inserita nel libro, che fa da commiato alla dedicataria, la figlia che si sposa).


Allora, Chiara, perché? La domanda è lecita, oltre che spontanea: perché un libro alla tenera età di anni… (non lo diciamo perché è una signora)? Quale urgenza ha schiuso la voce e prodotto l’offerta e l’effusione dei sentimenti in parola? Di sentimenti in effetti si tratta – per lo più privati anche se non mancano più ampie considerazioni riferite al sociale. Quel “bisogno pressante” di cui si dice nella nota personale in copertina, si doveva davvero manifestare in forma di poesia, o poteva anche liberarsi in altro modo, magari, che so, aiutando i bambini dell’Africa o i diversamente incapaci che sono tra noi?
Alla tenera età di quando si va in pensione – o ci si comincia a pensare – Chiara Scrobogna si rimette in pista per un’impresa forse più seria del lavoro finora svolto (e che ha svolto con serietà). Dopo aver “vissuto la solitudine dell’incomprensione”, dopo “aver affrontato a denti stretti la paura”… dopo aver vissuto “com’era necessario”, finalmente comprende che è l’ora di “mordere il mio ultimo trancio di vita” – che le auguriamo saporito oltre che lungo. Le va di proporsi, come rimessa a nuovo ma ricca di tutta se stessa, e parlare con voci nuove ma filtrate dalle parole che ha sempre saputo. “Ho cercato nel vuoto ed ho trovato le tue parole sparse. Le ho raccolte ad una ad una per cingermene la fronte stanca. Ho avvolto i miei pensieri sulla trama della tua noia e son restata ancora un poco ad innaffiare la vita con zampilli di energia pura”. È un breve testo, uno dei più emblematici di questo libro, una dichiarazione di affetto che è un proclama di intellettuale, il canto di un poeta al suo lettore (anche se è ben altro, sicuramente il motivo ispiratore è un personalissimo momento di riflessione, ma conta l’esito della proposta testuale e qui l’esito è altissimo, qui un animo si imbozzola e fa schiudere una farfalla, un’anima nuova pronta a volare e illuminare la vita).

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