Archivi del mese: maggio 2012

AMOR CHE NELLA MENTE MI RAGIONA…

Visto che ritengo La mente ama un titolo piuttosto fuorviante, anche se in modo provocatorio, e comunque parziale (“per intelligenza”, si potrebbe completare; o è troppo asseverativo, e dovrebbe ammettere che una mente seria ama chi se lo merita – o quel che le è più utile a stare meglio), preferirei partire dal sottotitolo, che potrebbe essere il vero titolo del libro, essendo peraltro la reale esemplificazione del pensiero dell’autore.
Veniamo dunque alle riflessioni che mi ha suscitato il libro di Alessandro Bertirotti. Alla pericolosa solitudine che provoca, per esempio, l’autostima: ci si crede migliori (poiché ci si sente diversi), e ci si fida delle proprie capacità critiche (o creative, vale anche per chi pratica l’arte, come no?), a volte senza nemmeno volerle (o sapersi) confrontare… Si finisce per isolarsi nel compiacimento di sé, evitando di mettersi in gioco. Bisogna invece misurarsi con il prossimo, proprio perché si ha consapevolezza di sé: è qui il valore del dettato socratico (ammesso che sia davvero suo, soltanto suo; e intanto sforziamoci almeno di ammettere che sulla linea Seneca – Agostino c’è ancora consonanza con quel dettato che invita a guardarsi dentro responsabilmente): conoscere se stessi e sapere di non sapere significa disporsi all’ascolto dell’altro, aprirsi alla comprensione del fuori poiché coscienti del proprio limite. Se impari a conoscerti negli altri, ne saprai di più anche su te stesso (è una variazione da Seneca). E questo porta a darsi, e perciò la mente ama – non solo con le parole –, quando sa di aver bisogno d’altro che di se stesso, oltre se stesso, per affermare la sua grandezza. Amare all’inizio può essere anche una forma di egoismo trasferito sull’oggetto dell’amore; poi diventa dono di sé (mai annullamento, però – o si perde ogni senso della misura, del valore stesso dell’amore).
Insieme a te io sono nato ancora (chiedo perdono per l’autocitazione)… si parla ancora d’amore: può banalmente intendersi nel senso che un figlio faccia ri-nascere il genitore poiché in quella nuova forma di vita c’è riprodotta un po’ della propria (e dell’altro genitore, certo). Ma ri-nascere è proiettarsi di nuovo nel tempo, affidando a chi – presumibilmente, auspicatamente – vivrà più di noi il compito (egoistico senz’altro, ma appunto di un egoismo trasferito, segnato com’è dall’amore assoluto che è il darsi interamente alla vita di un’altra creatura), il compito di andare oltre il nostro tempo, conservando in quel suo tempo futuro un po’ del nostro che è passato…
“Esercizio continuo la vita di dolore e pazienza”: quando ho scritto questi versi, alcuni decenni fa, non sapevo che esistesse la resilienza! Ma sapevo che resistere (parola oggi abusata, come tante) è la dimostrazione della propria forza morale, delle proprie convinzioni, se le si ritengono giuste. Poi lessi che i poeti decadenti erano riusciti a scendere nell’abisso del peccato e risalirne “in purità di canto”, e mi bastava. Però l’etimologia sottolineata da Bertirotti mi affascina: resilienza da re-salio nel senso di saltare e persino danzare: bello questo danzare sul dolore per superarlo, esorcizzandolo quasi in francescana letizia, vincendone gli effetti cattivi, ed anzi approfittarne per crescere migliorati (“affinché il lutto non diventi padrone della nostra esistenza” – davvero una bella affermazione!). Così non avremmo perso tempo a dolerci inutilmente quando il latte è versato o la ricotta ci è cascata per strada. Errando discitur, è vero, se apprendiamo dai nostri errori, non se stiamo ad aspettare che qualcuno sbagli per fregargli il posto… Nemmeno se ci mettiamo ad aspettare che il fiume ci consegni il cadavere del nemico… Tempo perso!
Concordo pienamente con Alessandro Bertirotti quando ricorda che “Socrate, nel momento in cui applicava ai suoi discepoli l’arte della maieutica, riusciva a studiare se stesso considerando la propria vita nello specchio rappresentato dagli altri”. È il segreto della conoscenza, ed è un trucco molto utile anche in pedagogia. Chi lo sa? Chiedevo mentre spiegavo qualcosa… e c’era sempre qualcuno che tirava fuori un pezzetto di definizione, magari, ma serviva a dare agli altri il senso della risposta, della soluzione – e i più attenti si misuravano a provare anche loro una definizione, e usciva infine la conoscenza collettiva che era di tutti e di ognuno. Farsi specchio per gli altri: anche questo è amore – Socrate era innamorato di sé nella misura in cui (è proprio il caso di usare questa brutta obsoleta espressione) riusciva a vedersi nel prossimo, e al prossimo dava l’incarico di stimolarlo a vedersi meglio, a non fidarsi del momento vissuto e cercare di vivere sempre più degnamente nel rispetto di tutti. E il rispetto – come ben sa la mente intelligente – è il fondamento dell’amore.

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LA CICOGNA HA PRESO IL VOLO

Per parlare di questo Sagome e specchi, potremmo limitarci alla copertina: il testo che vi compare (un testo integrale, che è nel libro col titolo “Moneta“) potendo ben rappresentare la silloge nel suo insieme. Bello il titolo del libro! dovendosi sempre fare i conti anche col paratesto; e molto pertinente l’immagine che riproduce un quadro del poeta stesso, non nuovo al mondo figurativo. Può dunque bastare l’analisi di questi elementi che subito si offrono alla vista (e al giudizio) anche di un lettore frettoloso, di coloro che prendono in mano un libro quasi con titubanza… Un’ultima osservazione sul paratesto: sulla dedica, piuttosto insolita, “ai fratelli”. Claudio viene da Quotidiane colonne, sorta di liturgia familiare del quotidiano, appunto, per di più tradotta in francese dalla moglie Mena. Ora che si è staccato – in buona misura – dal privato, cerca di tenersi comunque legato al mondo degli affetti, alla famiglia. Ma il privato, nella poesia di Claudio Carbone, è sempre aperto alla considerazione, alla riflessione su quello che lo circonda ed è pubblico, ed è sociale. Si può leggere ad esempio “Processione” (vi si legano sacro e profano, popolare e politico, prima che scatti il moto di ribellione: “Non rimane che cercare riparo altrove / con mia figlia sotto i tetti delle luminarie”), e “Souvenir” (il ricordo di un “memorabile viaggio” attraverso il “trofeo” di un oggetto forgiato “da piccole mani costrette alla miseria” diventa “specchio crudele” in cui leggere la sconfitta e la consapevole umiliazione per essere tanto più fortunato).
“Un viaggio che non ha cielo di scorta”: ha ragione Claudio a lamentarsi per una “corsa” cui lo trascina “questo rigido caleidoscopio che la vita mi pone davanti”… Rischiamo di essere tirati in un gioco a perdere nel quale le “tappe obbligate” ci deludono e comunque ci fanno vincere meno di quel che speravamo di ottenere, malgrado qualche eccitante momento di “ebbrezza” per un “sorpasso” riuscito “sul filo di lana”. È pur vero che ci sono “segnali lungo il cammino” di cui dovremmo tenere conto, eppure siamo spinti a correre e seguiamo un “unico e implacabile senso di marcia”: ci sembra giusto, ci sembra quello che possa darci il traguardo.
La poesia di Sagome e specchi è poesia dello sguardo – certo (l’autore viene dalle arti figurative): c’è sentimento, ma nasce quasi sempre da un’osservazione (proprio come l’occhio del pittore che si posa e trae dalla materia la materia per la sua figura). Sono parecchi i testi che consentono di sostenere questa tesi, fin dal primo della silloge: “Frasche” – “Sosta di sterpaglie la vita in fascine da ardere una per una macerate all’intemperie scomodo avanzo di un raccolto sa fermentare lucciole nel buio” (quante ascendenze si potrebbero trovare in un pur breve frammento poetico, quanti sapori di poesia meditata e filtrata…).
“Viottolo” (l’esperienza e l’ascesa, la conquista di nuove dimensioni, fino alla “gioia”), poi “Rudere” (“l’accumulo dei forse nella trama sottile delle ragnatele”), più avanti “Cassonetto“, sono in qualche modo e con qualche ardita metafora una rappresentazione del poeta in generale e forse dell’autore stesso. Paragonarsi ad un cassonetto sa di miracolo – di miracolosa intuizione e coraggiosa definizione di sé (alla “cloaca” già si era paragonato il vecchio scapigliato Camerana): il poeta è chi filtra il male per riciclarlo in bene, è l’inventore del recupero, colui che legge nelle avversità della vita la possibilità del riscatto (è un maestro di resilienza, per citare Bertirotti).
In un libro come Sagome e specchi si possono soddisfare palati diversi, magari non i più raffinati, abituati alle squisite leccornie dell’alta pasticceria confezionata dalle migliori marche… Tuttavia Claudio ha dalla sua la forza dell’onestà. È talmente evidente che sta facendo grandi sforzi per diventare quello che è (come direbbe Alessandro Bertirotti), che gli si perdonano facilmente gli inevitabili intoppi e le durezze comunque simpatiche ancora riscontrabili nel suo poetare. Presto, ne sono sicuro (ricordiamoci che qui – ci sono Terra, Aria, Acqua – manca il campo del Fuoco), presto ci proporrà un’altra silloge ancora più densa e convincente. Dobbiamo solo continuare a credere nel suo lavoro.

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Un siciliano che sogna di vivere e …vive scrivendo

Annuvolata di Giuseppe CAMPOLO è uno straordinario romanzo di formazione, che sembra formarsi esso stesso fra mille contraddizioni, all’inseguimento di un protagonista anomalo: una specie di Candido che attraversa la vita senza sporcarsi pure a contatto con le più squallide e comunque provocanti situazioni, tra personaggi ambigui, o ancor meno reali di lui.
Una storia che si fatica a sciogliere, quindi, ma che incanta (e in fin dei conti finisce per convincere) per le proposte su cui riflettere. Vi sono pagine di poesia e ve ne sono di prosa rutilante e densa di sorniona sentenziosità – fra il siciliano e il sudamericano, verrebbe da dire. E siamo sospesi fra Gadda e Pirandello quando appare (nel cap. XI) “un personaggio che non è della mia storia”… E che viene a fare? Chi ce lo ha chiamato? “Veramente, che faccia parte a buon diritto della mia storia e della cui esistenza non possa privarmi, non c’è mai stato nessuno, malgrado un tempo l’aspettassi”. Come facciamo a credere alla serietà di un autore che ci abbindola con simili teorie narratologiche? Povero cane menato per l’aia! D’altra parte, “non i credenti, paurosi mendicanti d’esistenza, sanno qualcosa dello spirito. Gli artisti non hanno il problema di crederci: ne raccontano: per loro è quel che c’è di più concreto” – questa sì che dobbiamo prenderla per buona. Se almeno all’artista, al poeta, è riconosciuto tale merito e tale capacità di conoscenza!


È da leggere, questo libro, se non altro per dare soddisfazione e insieme scacco all’autore che dice di non sapere “a che farne”, se scrive, eppure confessa che gli è presa “la voglia irresistibile di menar la scrittura” (e il suo alter ego, il protagonista di Annuvolata, ha scritto a dieci anni “un poema in quartine endecasillabiche a rime baciate”)… forse inseguendo “la chimera dell’interlocutore ideale” – ma tant’è: lo fa e dice di non volerlo fare, come un po’ avviene in tutto il libro al suo stesso protagonista, che spesso è tale solo casualmente di episodi ai quali nemmeno presta molta attenzione, subito preso com’è da nuove ricerche esistenziali, da incontri e non di rado scontri… “Mi chiedevo davvero: ma infine chi sono io?” E subito dopo – anche se passiamo dalla fine della prima all’inizio della seconda parte del libro: “Forse sono un profeta”… – di quelli visionari, però, ai quali è pericoloso dar credito; ma – in un altro punto – “Dio mi guardi dal parlare da profeta!”. E fosse possibile infine “incontrare almeno se stessi”! scendere in un pozzo e risalire, come diceva Baudelaire, “in purità di canto”.
Un po’ “Candido”, allora? E forse un po’ “albatro”, creatura celeste esiliata sulla terra (considerando il finale del libro si opterebbe quasi per una figura di angelo esploratore)… Si può paragonare (e non solo per andare forzosamente in cerca di ascendenze o antecedenti) questo innominato personaggio di Annuvolata alle nobili figure letterarie del passato? E chissà se la mancanza del nome (unita però alla scrittura in prima persona) deve avere il senso della spersonalizzazione che più facilmente provoca nel lettore il confronto e la partecipazione. Credere nell’autobiografia parrebbe assurdo, se non è un sogno ad occhi aperti o – come direbbe altri – “un sogno fatto in Sicilia”! per chiudere eventuali confronti di ruoli…
Probabilmente ci vorrebbe un buon psicanalista, come capitò a Svevo e al suo Zeno… e invece Campolo vorrebbe “psicanalizzare Dio”! (che pure potrebbe essere un modo per capire come mai il mondo va tanto a rovescio)… Estremo sberleffo alla creatività dell’artista e all’ordine costituito del mondo? Dev’esserci in definitiva un ordo rerum, anche nella repubblica dell’arte – o si finisce tutti a casino (qui è proprio il caso di dirlo). Ma questa Annuvolata (il significato del titolo è chiaro solo all’ultimo) sa, neppure tanto nascostamente, di un grande apologo sulla purezza, un viaggio iniziatico di quelli che una volta si imponevano a chi si affacciava alla maturità e finivano per essere un banco di prova impari alle forze di qualcuno, che poi ne avrebbe serbato indelebile il ricordo fallimentare.

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Chiaramente in poesia…

Chiara Scrobogna sa come si scrive e scrive come si deve. Il coraggio della spontaneità è senz’altro un punto di arrivo – non è dato sapere (a parte la scarna, ma onesta e comunque chiarificatrice nota di copertina a sua firma) quanto lavoro ci sia dietro questo primo libro, ma è certo che “il disegno che tutti ci racchiude perché ciascuno è riconoscibile agli altri nel momento del proprio sentire…” è un piccolo manifesto di poetica, pienamente condivisibile. Freschezza e densità insieme sono i caratteri subito evidenti.
Nessuno le dirà – c’è da sperarlo – che merita l’antologia della lirica italiana o la crestomazia della poesia al femminile; c’è da credere che – essendo lei abituata a stare con i piedi per terra – sa lei stessa di non essere ancora nell’albo d’oro dei poeti che contano, né può aspettarsi da questo piccolo libro la considerazione della cosiddetta critica militante, sempre così distratta nell’inseguire la facile recensione al libro di successo. Ma in virtù di questa sua manifesta volontà di darsi, per “aver messo a nudo la mia anima” (dice), il successo primo lo ha già conseguito: i lettori avveduti sapranno cogliere, nel suo bisogno per lei “benefico” di manifestarsi, la comunione di spirito che lega le persone serie.
All’improvviso, nel giro breve di tre anni – ma si può dire molto meno, a leggere bene le date che l’autrice pone in calce alle sue poesie -, questa raccolta esprime una imprescindibile necessità interiore, il bisogno di comunicare di un’anima, il desiderio di raccontarsi ad esempio (tipico forse di una madre ma comunque dono – che più frequente dovrebbe essere – di chi scrive da poeta). Il giro brevissimo in effetti copre meno di un anno, fra il giugno e il dicembre del 2006: comprende il 70 per cento dei testi raccolti in Tanto anch’io. Il resto, gli ultimi 14 testi su 51, è distribuito fra il 2007 e il 2009 (anno cui appartiene peraltro soltanto l’ultima poesia inserita nel libro, che fa da commiato alla dedicataria, la figlia che si sposa).


Allora, Chiara, perché? La domanda è lecita, oltre che spontanea: perché un libro alla tenera età di anni… (non lo diciamo perché è una signora)? Quale urgenza ha schiuso la voce e prodotto l’offerta e l’effusione dei sentimenti in parola? Di sentimenti in effetti si tratta – per lo più privati anche se non mancano più ampie considerazioni riferite al sociale. Quel “bisogno pressante” di cui si dice nella nota personale in copertina, si doveva davvero manifestare in forma di poesia, o poteva anche liberarsi in altro modo, magari, che so, aiutando i bambini dell’Africa o i diversamente incapaci che sono tra noi?
Alla tenera età di quando si va in pensione – o ci si comincia a pensare – Chiara Scrobogna si rimette in pista per un’impresa forse più seria del lavoro finora svolto (e che ha svolto con serietà). Dopo aver “vissuto la solitudine dell’incomprensione”, dopo “aver affrontato a denti stretti la paura”… dopo aver vissuto “com’era necessario”, finalmente comprende che è l’ora di “mordere il mio ultimo trancio di vita” – che le auguriamo saporito oltre che lungo. Le va di proporsi, come rimessa a nuovo ma ricca di tutta se stessa, e parlare con voci nuove ma filtrate dalle parole che ha sempre saputo. “Ho cercato nel vuoto ed ho trovato le tue parole sparse. Le ho raccolte ad una ad una per cingermene la fronte stanca. Ho avvolto i miei pensieri sulla trama della tua noia e son restata ancora un poco ad innaffiare la vita con zampilli di energia pura”. È un breve testo, uno dei più emblematici di questo libro, una dichiarazione di affetto che è un proclama di intellettuale, il canto di un poeta al suo lettore (anche se è ben altro, sicuramente il motivo ispiratore è un personalissimo momento di riflessione, ma conta l’esito della proposta testuale e qui l’esito è altissimo, qui un animo si imbozzola e fa schiudere una farfalla, un’anima nuova pronta a volare e illuminare la vita).

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Gaeta ispira i poeti: Jaime Rocha portoghese…

POEMA A GAETA

Para Giuseppe Napolitano

Os poetas são como pássaros que saltam
de árvore em árvore de encontro às
palavras. São como crianças que fazem
desenhos em cima das mesas e contemplam
depois o mar na via marina de Serapo,
à procura de ilhas encantadas.

Em Gaeta, as noites cheiram a jasmim
e a lua cresce inteira pelo céu.

Os barcos morrem lentamente até
de madrugada empurrando a água para
a colina de Formia, enquanto na escuridão
mágica da praia há um poeta que diz
Rimbaud, entre o silêncio das ondas.

É a voz de Moncef, a voz do deserto que
liberta os pescadores de um naufrágio e
os guia até à costa, até aos grandes rochedos.

Em Gaeta há gatos nos muros e ruinas que
nascem no meio da vegetação e todas
as ilusões se espelham numa capela de ouro
adormecida no centro da cidade.
Há mulheres que cantam ao sol e marinheiros
que fumam nos passeios longos do Caboto.

Uma memória antiga atravessa as ruas, brilha
nas paredes e nos vasos e fica para sempre
gravada no pensamento dos homens,
como se um navio grego surgisse do oceano
trazendo Ulisses e Orfeu presos a uma corda,
puxada por todos os poetas do mundo.

Tudo isto em Gaeta, a bela Gaeta
da montanha Spacatta.

Gaeta, Abril, 2012

PRESTO IN ITALIANO…

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POCHI E BUONI

I cinque poeti mediterranei rimasti dopo la conclusione del Convegno “Il viaggio della parola” si sono trovati sabato 28 nella Libreria di Margherita a Formia per un supplemento di letture e presentare il libro di Gustavo Vega “PINTAR LA LUZ” tradotto da Giuseppe Napolitano “DIPINGERE LA LUCE” (Edizioni Eva, collana “Stella verde”).

Insieme a loro, Liana Sakelliou, Jaime Rocha, Richard Brengarten e Moncef Ghachem hanno dato vita a un incontro di altissimo livello culturale e forte intensità umana. Ancora una volta hanno avuto torto i molti assenti ma i presenti erano anche loro di sicuro livello…

 (Richard, Liana, Margherita, Giuseppe, Jaime)

 

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UMANITA’ E POESIA – POESIA E’ UMANITA’

Cari amici (scusate se vi scrivo nella mia lingua, ma voglio essere sicuro di scrivere bene quello che sento e che voglio dirvi)
GRAZIE
Me lo avete detto tante volte voi nei giorni scorsi e mi avete anche messo in imbarazzo per l’affetto che mi avete dimostrato.
Ma sono io che ringrazio voi!
La vostra presenza a Gaeta (e Formia) ha dato luce ai miei giorni di lavoro, ha dato un senso al lavoro dei miei giorni, ha dato amore al mio amore per la parola.
Grazie, amici miei Richard e Liana, Moncef e Dalila, Besnik e Jaime e Katica e Amel e Gustavo…

 

Ora spero che ci potremo vedere ancora tutti insieme.
Arrivederci, compagni, amici, fratelli, arrivederci a presto!
(con Irene e Gabriella e Carola, con Claudio, Mena e Margherita)

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