Archivi del mese: marzo 2012

INCONTRI…

La seconda edizione della “Maratona poetica” organizzata a Sarajevo dal poeta giornalista Sabahudin Hadzialic (per la Giornata mondiale della Poesia) è stata indubbiamente di livello superiore alla prima – quest’anno 29 poeti di 19 Paesi hanno detto insieme che LA POESIA E’ IL MONDO e nella poesia il mondo può esprimersi con voce unanime – esempio: l’incontro di esperienze diverse che si scoprono simili, la comunione che nasce fra persone appena conosciute… Eccoci qui, con Craig Czury dalla remota Pennsylvania e Gustavo Vega da Barcellona… abbiamo improvvisato una specie di jam-session verbovisiva!

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Barbara Bračun

Conosciuta a Sarajevo, in occasione della POETSKI MARATON per la “Giornata mondiale della poesia”, Barbara Bračun vive a Zagabria dove è nata nel 1964

Ho tradotto dall’inglese la sua IL JAZZ E TU – ci sono consonanze in queste sue “variazioni” e “improvvisazioni”…

Il jazz e tu

Suono
benessere
guardandoti
ascoltando
Potere di un sassofono
che parla con voce umana
Lo sento
nella mente
nel cuore
– viene
e va
La bella improvvisazione
della vita
Indugio del momento
tutti come uno solo
Forse
non esiste suono
Corpo inclinato
lungo il mio
In sospensioni fra
cosa
Non so ricordare
– ah sì
tu mi ami
Ho sentito il basso
l’arte dell’amore
nella voce
Cantare alle vittime della coesistenza
cantare alla strada
alla bellezza
Variazioni
liberarsi
di tutto
Il jazz e tu
Io sono qui da
qualche parte
Io

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La voce di Emma Mazzuca

Vorrei partire dalla fine, perché proprio alla fine di questo libro (La voce che resta di Emma Mazzuca, così denso e pervasivo nel suo farsi e raccontarsi, da costringere a rallentare ogni tanto, da far sentire il peso di una dolorosa esistenza, che a fatica cerca di liberarsi nel carme – così l’autrice spesso lo chiama), alla fine c’è forse una rivelazione – chissà quanto involontaria (ammesso che in poesia si possano fare cose involontariamente)… Le ultime parole sono un canto (e un incanto) ma insieme una fitta (una sconfitta) per antiche pene non risolte. La terra, la “mia antica città” cui si torna (“vorrei tornare”), la radice della vita sono ormai lontane più nella memoria di quanto lo siano per le reali chilometriche distanze (certo facilmente colmabili): è lontano, perduto, il pudore irrequieto che segnò l’apprendistato esistenziale (ossimoro di rara intensità che pure in sé si spiega: è proprio il sapersi irrequieta che veste di pudore un’anima esposta alla vita, oppure il pudore stesso si anima di irrequietezza, quando vuol mascherare inevitabili turbamenti…). D’altronde, il tempo fa da filtro e consente – essendo ancora “sana” la visione e la misura della vita – di ripensare con pudore a certi slanci irrequieti.
“Reinvento chi sono ma non come sono” – forse perché siamo “pedine di una scacchiera che la vita usa per giocare”. La voce del poeta cerca di sconfiggere la quotidiana instabilità di “pedina”, soggetta al caso (se così vogliamo chiamare la legge eterna della vita), costruendosi alternative e vivendole, quasi una vita in parallelo. La forza dell’invenzione è proprio nel proporre altro da sé quel che normalmente ci appartiene, nel dare immagini nuove della banale faccia che ogni mattina ci guarda nello specchio… Così le parole di Emma sbozzolano la creatura che le vive dentro e la proiettano in un gioco diverso, nella dimensione che più sente congeniale: torna a provare quei fremiti di irrequietezza che il pudore le ha insegnato a controlla-re… Si apre a scoprire e scoprirsi – in un vortice di sensi e sentimenti – creatura di sé e fuori di sé. E vive, due volte, tre volte, quanto le sue forze espressive le consentono di reggere il gioco di cui è padrona, con le regole che finalmente lei sola può stabilire e mutare e infrangere e ricreare a volontà.

 

 

In un libro che esibisce un “doppio” fin dalla ripartizione nelle sue due ampie sezioni, pur legate da continuità e contiguità tematiche e linguistiche, Emma Mazzuca percorre sentieri e vie che la portano (e ci portano insieme a lei) a diversi esiti, a scoprire o ritrovare se stessa dov’era e dove vorrebbe essere: protagonista di sogni d’amore non sempre dissolti al mattino, amata e innamorata, cercata e perduta e sempre signora di sé, perché anche se cade sa come rialzarsi, anche se la deludono sa come trarne lezione per nuove illusioni… La sofferenza del cuore, d’altronde, è vitale alimento per il poeta.
Non deve stupire in un libro simile la freschezza a volte addirittura acerba del suo linguaggio, la predile-zione per le immagini morbide, per gli stilemi di femminile dolcezza; non deve stupire l’ostinata ricerca di un “tu”, la canzone sommessa eppure insistente che si dedica all’amore, vissuto (o immaginato? poco importa); Emma ha bisogno d’amore come della stessa vita – per lei vita è amore, desiderio (o desio, come lei dice) d’amore, esigenza quasi di dare a quel tu vanamente inseguito i frammenti dispersi di un balsamo a lenire quel male antico che è anch’esso una piaga d’amore. Anche se “sono nuda come i silenzi tra le parole d’amore” (forse il verso più bello del libro), proprio il “frantumarsi” del “corpo sperduto” è “il segreto” della continua rinascita, “perché da ogni gracile frammento ha fatto sorgere un sole” (“Sono nuda”).

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