La lunga giornata del poeta

Filippo Filiberto De Angelis – E non è mai troppo lungo il giorno
In questo libro che fin dal titolo mi lusinga (nel mio ben noto amore per le tematiche legate al tempo), si avverte si coglie si gusta – chi appena segga al desco di sapidi umori umani – un campionario nutrito e nutriente di giochi ritmici e linguistici, di allusioni e tensioni espressive – insomma, appena velata dallo scanzonato incedere da finto dilettante (e certo nel diletto di chi sa bene dove mettere i piedi sul terreno minato della metrica e della retorica), qui c’è la poesia, ed è facile prenderne bocconi salutari. Finge nonchalance, l’autore, nell’uso delle forme, ma sa bene che la forma è sostanza, in poesia, e sa bene che usare certe forme deve pur sembrare casuale, ma non lo è mai. Così troviamo uno straordinario controsonetto, con le terzine avanti alle quartine (“L’albicocco disubbidiente”), e subito dopo un sonetto all’inglese (“Fukushima”)… ma ci sono i sonetti di struttura classica ed altre combinazioni di versi.
È una perla quel gioco sottile fra Ruby e “rubai” (in “Italia seviziata”, dove – altro giochetto metaforico o metonimico – ad essere “deflorata ancor minorenne” è proprio “l’Italia”! e ogni commento è superfluo, per carità di patria). Subito dopo, però, in “Giuramento”, la patria è consacrata in una commossa dichiarazione d’intenti: “Una sola bandiera ogni dove. / Tricolore il suo unico nome”. Ma la società corrotta o semplicemente squallida in cui viviamo fa capolino spesso, specchio brutto di un’esistenza privata nel quale non ci si vorrebbe specchiare! L’autore non dimentica certo il mestiere che ha fatto: deve averne viste di cotte e di crude, come si dice. La società mille volti e centomila misfatti perentoria prende posto e chiede ascolto alla platea: il teatrino poetico si anima di figure figurine e figuranti – e il banale quotidiano sale a toccare esiti di nobili accenti e insieme scende a frugare nel torbido (esemplare l’accostamento di “Chiesetta di montagna” e “Cerco la chiave”).
Ci sono vertici di poesia in questo libro che si possono senz’altro condividere: “Pensionati” e “Un poeta”, ad esempio – sintesi neorealistica alla Umberto D, la prima, e reminiscenza di cantautore ispirato (alla Locasciulli) la seconda. Ci sono comunque pagine ove cogli sicuro il canto dell’animo provato, di un animo anche esacerbato per certi aspetti eppure capace di sorridere e addirittura scherzare anche con le brutture della vita. In una superiore accettazione che sa di Orazio sabino, e sa molto di persona seria – consapevole di non dover tradire una missione onesta, qual è quella del poeta. Il poeta è un ragno che tesse reti e vi cattura il lettore, non per mangiarselo, piuttosto per farsi mangiare: paradosso di masochista. Che bel gioco di citazioni involontarie è “Autoritratto”, un testo che potrebbe essere insieme di Palazzeschi e Corazzini, cioè il meglio del minimalismo fatto manifesto.

Il tempo la fa da padrone in questo libro (già detto quanto sia allusivo il titolo), con le diffuse memorie dell’infanzia – l’età in cui tutto sembra (lo è?) fuori del tempo – e i ricordi vivi e toccanti di una giovinezza fortemente vissuta e ancora sentita dentro… “Odio il tempo che fugge! mi sorpassano le ore, i giorni, a destra, a sinistra, irriverenti…” (in “Tempus fugit”); però, nel testo che dà il titolo al libro, a confermare quella superiore accettazione della vita come che sia, “Vivo la vita che mi vive intorno, che mi bisbiglia piano, sottovoce, e non è mai troppo lungo il giorno” (che poi sembra una banale tautologia: certo che il giorno non è lungo, né “troppo lungo”: è giusto 24 ore, mai un secondo in più… ma ci pare più o meno lungo se e come lo viviamo, appunto, se non lo mettiamo a frutto). “Viaggio a Trieste”, “Chiocciola”, “Saggezza” sono altri esempi di un rapporto col tempo ormai consapevole e maturo, distaccato ma non immemore, poiché nelle memorie più care ogni momento fa nascere momenti nuovi e (“Il libro della vita”) “Giro ogni sera quel foglio che al mattino era bianco / e ogni sera stupisco del corso dei giorni e dei pensieri / È solo un promemoria da consultare il giorno del giudizio”. Questo breve testo – quasi in chiusura del libro – ne fissa cardini e chiavi di lettura: inutile sforzarsi, è improduttivo credere che ci possa cascare addosso una bella mela come capitò a qualcuno… tutto va conquistato, annotato e registrato: ci sarà alla fine un rendiconto o un redde rationem, per chi ci creda, e bisogna arrivare puliti, tanto dato e tanto avuto, meglio se “nudo come all’arrivo”, per avere un “processo equo” alla porta della fine. Amarezze? No – sempre meglio prepararsi per tempo a qualsiasi viaggio (figuriamoci ad un viaggio nel, o oltre il tempo!).

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