De Napoli cerca “ieri” un po’ di domani

Carte da gioco di Francesco De Napoli

  

La sempre attualissima discussione sul tempo che passa (o non passa, secondo i punti di vista filosofici o scientifici) è antica come il tempo – in poesia può dirsi antica come la poesia. Non si sfugge, specie chi voglia fare i conti con il suo tempo e lasciarne eredità di parole, oltre il suo tempo… Francesco De Napoli ridà voce al se stesso di venticinque anni prima, ripubblicando insieme tre raccolte di versi, brevissime ma intense, quando già dall’uscita dell’ultima sono passati quasi dieci anni. Perché? Per cercare nel tempo di allora il se stesso di oggi (come opportunamente osserva Santoro nella sua presentazione), verificando eventuali somiglianze scoprendo un’evoluzione che solo a distanza di tempo si può cogliere…

È un po’ il gioco di tutti gli artisti: proporre personali letture esistenziali che siano guida o stimolo a prendere coscienza di sé. Il lettore dovrebbe giocare con queste Carte da gioco insieme all’autore e appunto (ri)mettersi in gioco anch’egli, in onestà. Solo allora ha senso l’esperienza poetica, se è poesia, se scatena forze nuove dalla forza che da sé promana.

Francesco De Napoli offre la sua “Trilogia dell’infanzia” (rievocazione per nulla retorica e distaccata al punto da non apparire autoreferenziale) perché altri possa cibarsi del banchetto apparecchiato, perché il racconto del suo farsi uomo – con tutta la rabbia e la passione che gli vengono dalla consapevolezza del cammino percorso, da “uomo solo” – sia per lo meno un’ipotesi di come si possa crescere in fedeltà, mantenendosi arditamente in bilico fra l’ostinata volontà di mutare abito e l’innegabile retaggio di una forma mentis.

Autore di “papocchie” da giovane (come lo prendeva in giro la mamma), l’autore di Carte da gioco non ha smesso di credere nel valore fondante della parola (quella delle favole paterne e quella del mito e della letteratura), ed è diventato amico dei grandi senza aver perduto lo spirito caustico e malinconico delle radici, della sua natura di uomo del Sud. “Come amuleto nel trambusto del travaglio”: questo ultimo verso del libro può chiarire tutto, dipanare il velo dell’equivoco. Senza scomodare antenati illustri, siamo tutti più o meno in cerca di scaramantici amuleti, che ci portino fuori del trambusto, di questo travaglio che è la nostra vita…

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