Riflessioni su Poi di Amerigo Iannacone

Fin dal titolo, Poi (quanto denso e inquietante, nella sua allusiva sospensione atemporale), il sentimento del tempo la fa da padrone in questa nuova – asciutta e pensosa – silloge di Amerigo Iannacone (pubblicata come vincitrice del Premio “Libero de Libero” del 2010), come d’altronde avveniva trent’anni prima, nella prima sua pubblicazione Pensieri della sera (appena ristampata, opportunamente, quasi a verso di medaglia per quest’ultima, a mostrare con quanta fedeltà il poeta abbia custodito per trent’anni la sua natura di poeta, e la sua scrittura che già allora guardava alla vita umana come un intoppo nel tempo universale). Qui il tempo appariva vissuto senza trovarne ragione, fino a vivere quasi come liberazione la stessa “solitudine”, che libera dal contatto umano e quindi dall’ineluttabile verificare, appunto, che “per noi sarà lo stesso”, sempre, comunque… qualunque atteggiamento possiamo assumere di fronte alla vita. 

Ma poi vince Orazio! Ruit hora – il tempo scorre e porta una consapevolezza forse più amara eppure eroica, si direbbe alfieriana, per lo meno cioè capace di far cogliere nel tempo il seme di un tempo a venire, che nemmeno sarà nostro ma che pure abbiamo il dovere di preparare… “Anche il poeta è un pirata clandestino” che a volte “fa incursione nella vita”, scrive Amerigo. Estote parati, dunque: per voi si aprirà il futuro se lo avrete preparato. E poi sarete quel che avete seminato… malgrado la preoccupazione (onesta e scaramantica insieme) di non essere all’altezza: “mi ostino a chiamare semi i miei testi”… E certo che lo sono, e vivranno poi, nelle menti di coloro che in quei semi coglieranno scintille di vita nuova!

La solitudine è compagna, il poeta volontario si chiude in una cella (senza grate né pareti né secondino!), poiché si sente “clandestino” nel mondo (“Parole clandestine” è il titolo di un altro libretto recente) . L’autobiografia, che è misura del tempo, si sviluppa fra memoria disincantata e immaginazione già disillusa… “Il treno” – che si desiderava prendere per andare poi chissà dove, da un’altra parte comunque – sembra perduto prima di arrivare alla stazione, ancor prima di andarci. 

Ma il poeta deve muovere comunque, deve far avanzare i suoi pedoni e le torri e gli alfieri, deve cercare di dare scacco, alla vita stessa… Poi, almeno qualcuno scriverà della sua sconfitta, e lui vivrà in quella scrittura postuma e non sarà caduto invano. Siamo “palline da ping pong”, è vero – qualcuno ci spinge “di rimbalzo in rimbalzo” -, e lo sono le nostre parole, che spingiamo oltre il nostro orto, la nostra siepe, la muraglia con i cocci di bottiglia… come un messaggio in bottiglia che il naufrago affida alla sorte.

“Ci scambiamo parole fra di noi… // …frutteranno. / Chissà.”

 

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