Archivi del mese: gennaio 2012

Ecco i vincitori del Concorso SEEKING FOR A POEM

Possiamo finalmente annunciare i vincitori del Concorso internazionale SEEKING FOR A POEM, bandito dalla rivista DIOGEN e dall’Associazione LA STANZA DEL POETA

I vincitori sono:


     1. Teuta Butuči, Zagreb (Croazia) – con la poesia “Dying and cold coffee
     2. Patrick Sammut, Mosta (Malta) – con la poesia “Crossing the Julian Alps
     3. Solmaz Beghman, Mashad (Iran) – con la poesia “Niagara Dreaming


Complimenti e Auguri a tutti: adesso saranno pubblicati su un numero speciale della rivista DIOGEN a cura del direttore Sabahudin Hadzialic (dove avranno un po’ di spazio anche gli altri numerosissimi partecipanti da tutto il mondo!)

Ecco intanto le prime due poesie:

Dying and cold coffee  (di Teuta Butuci)

 Cold coffee my lips are blue my skin is white,

                               the remains of a last night,

                               shattered on the floor.

(It’s been a misunderstanding.)

                               broken glass, water, sugar, wine

on the floor

(It’s been a misunderstanding.)

a vase, glittering with blood

                             red blood,

                             my blood

Once it was mine, now it belongs to the carpet.

Blood stained carpet. In a sterile hotel room.

It’s obviously been a misunderstanding.

I don’t believe it. How could it happen?? How???

I wouldn’t have believed it at all if it wasn’t for the cold coffee.

My lips are blue my skin is white.

“It’s because you’re dead since the last night.”

explains God while he pours me another cup of ethereal cold coffee in the Heavens.

Crossing the Julian Alps (di Patrick Sammut)

 The mountains are alive

they do not spare me one moment.

I can hear their voice calling me

coming out from between the deep crevices,

the echoes reaching high up to the peaks

and deep down inside myself.

My spirit drinks from the pure spring waters

my nostrils breathe in clean air

my ears feed upon the natural voices

birds sing their evening prayers.

I look at the ground as I walk the solitary paths

and see stones coming out like bones

roots protruding like aged fingers

mushrooms, tiny plants and mosses like eczema

flowers natural tattoos

on a million-old body of rocks.

The pines white with snow

white hair of an aged being.

I see bunkers, trenches dug deep

inside the earth

cemeteries and monuments for those

who passed away in vain combat,

tens of niches with holy images

hiding in different secret corners.

The mountains are alive

they do not spare me a moment of rest.

In front of all this I stand in awe

and let silence speak in whispers.

Annunci

Lascia un commento

Archiviato in Uncategorized

de Libero finalmente!

Pace fatta tra Fondi e de Libero… scrivevo un quarto di secolo fa; ma c’è voluta la Provincia di Frosinone per riuscire finalmente ad avere una (ri)stampa delle sue poesie. E c’è voluto Marcello Carlino a guidare il treno degli operatori di cultura che hanno materialmente curato la stampa del ricco volume dal titolo semplice e necessario.

L e   p o e s i e, dunque, di Libero de Libero esce a trent’anni dalla morte dell’autore “ciociaro” (nato a Fondi, morto a Patrica, dove riposa). È un volume di 350 pagine (Bulzoni editore) che raccoglie i libri pubblicati in vita: Scempio e lusinga, Di brace in brace e Circostanze e l’inedito Il gran forse infine (anzi, all’inizio, poiché – con arbitraria ancorché motivata scelta redazionale – le raccolte sono ordinate seguendo l’ordine inverso delle pubblicazioni e quindi quella inedita è impaginata all’inizio dell’opera).


La copertina, con i “cacciatori sul lago di Fondi” di Purificato, è emblematica: fingiamo che non siano cacciatori ma gente che viene traghettata oltre un corso d’acqua – e chissà se e quando arriverà, vista la sospensione della scena: forse loro vanno a caccia, ma sembrano preda di un tempo immobile. Come il tempo che lo stesso de Libero ha atteso prima di essere meritoriamente riproposto in quest’opera che – va da sé, non mette nemmeno il caso di sottolinearlo – d’ora in poi costringerà critici e studiosi (e si spera anche gli studenti che troppo poco sanno dell’illustre figlio della nostra terra) a fare di nuovo i conti con la sua produzione poetica.

Lascia un commento

Archiviato in Uncategorized

Carlino gioca con la poetica

Il professore si diverte… Marcello Carlino ha lunga pratica e scaltri mezzi – mai celati o malcelati, ma solo di tanto in tanto, dietro un velo di autoironia che sbotta propri quando non ce la fa più -, mezzi acquisiti sul campo per cimentarsi con cipiglio e competenza nell’ardua rivisitazione di un tema così vasto e in fondo banale, poiché ben noto, poiché da sempre – almeno da un secolo, dalla famosa forse infausta ma fortunata boutade del benedetto Croce dell’Estetica -, da tempo i pari suoi, i professori che fanno i critici hanno dovuto misurarsi con tutta una serie di canoni costituenti quel che una volta si definiva lo strumentario del mestiere – certo rifacendosi, ab ovo, a quando l’arte era technè, cioè facitura faticosa e pure chi voleva interpretarla doveva rimboccarsi almeno le maniche. E allora…


Ecco questo piccolo gioiello editoriale che inaugura una collana cui l’editore Guida affida un compito anch’esso arduo e banale insieme: far circolare le idee portanti della critica letteraria nel mondo cui dovrebbero interessare, quel mondo bistrattato incompreso dei fruitori dell’opera d’ingegno: università et similia (magari pure sedicenti o presunti poeti, non sempre non tutti onestamente informati su quel che fanno).  P o e t i c a  di Marcello Carlino apre dunque una strada che è spalancata da sempre, da quando Aristotele (eccetera… il professore conosce bene i suoi maggiori, e ne espone con sintesi reverenziale ma non asfittica idee e posizioni sociologiche, poiché – va da sé per uno che dichiara apertamente la sua collocazione ideologica – la cultura e la critica sono, necessariamente, anche definizione di parametri comportamentali), da quando ci si è interrogati sul posto e sul ruolo che deve o dovrebbe – ma deve, per chi lo dice – avere la poesia nel mondo.
Carlino cavalca consapevole praterie sconfinate fermandosi qua e là per abbeverarsi e riprendere subito a correre. Cento pagine sono appena sufficienti per impostare il problema e proporre veloci soluzioni interpretative. Ma sono sufficienti allo scaltro professore per squadernare non solo le sue indubbie acclarate conoscenze specifiche. Egli pone paletti a guardia del campo, quello che infine si ritaglia nell’ampio spazio attraversato ed è infine il suo campo d’azione in cui meglio sa come esprimersi: il colloquio con chi abbia voglia di capire (orecchie per intendere: questo non è dialogo per sordi, non è autoreferenziale esibizione di bravura, malgrado un’evidente e a volte compiaciuta manifestazione di sapere posseduto assimilato testimoniato).
Il messaggio conclusivo di questo piccolo prezioso libro è nelle pagine dell’ultimo intenso capitolo: “La mia poetica” – coraggio di intellettuale che si è divertito a giocare un po’ a mosca cieca (acchiappando però a piacimento gli incauti indolenti) e un po’ a gatto e topo (facendo friggere di impazienza i lettori meno avveduti prima di mostrare loro il cappio preparato per impiccarli alla smania improduttiva del loro girare a tondo nel busillis). Si è divertito certamente il professore – succede solo a chi conosce bene il gioco -, ma ha dato prova di lucido impegno e alla fine chiude il gioco calando l’asso o la matta, dichiarando il matto all’avversario scornato: io sono chi sono diventato lavorando studiando pensando a chi dovevo diventare. Tertium non datur: si può essere se stessi se si sa chi si può essere, o si finge di essere un altro uno qualsiasi.
“La poetica protagonista e compagna di un percorso di conoscenza” è infatti l’assioma conclusivo e liberatorio. Tra Benjamin e della Volpe, la posizione intellettuale di Marcello Carlino risulta evidente. La posizione di chi non fa conti all’improvvisazione, di chi sa “quanto è duro calle”, ma le scale vanno fatte con passo deciso, accorto (con misura, come su un pentagramma, scandendo tempi e sforzi, sapendo passo passo qual passo va fatto ancora). In cima, c’è la capacità di leggere a fondo e comprendere che un testo (poetico! a quello sostanzialmente si riferisce il discorso sulla poetica) è il nostro testo che un altro ci mette a disposizione se abbiamo voglia e voluttà per diventarne partecipi (con tutti gli strumenti, a volte insiti nel testo stesso, più spesso codificati nel tempo ma recuperabili non senza godimento di acquisizione).
Buon divertimento, allora! E Guida ci aspetta con altre proposte da gustare. Già la collana “parole chiave della letteratura” continua con Ferroni, Nazzaro, Viti – e Carlino stesso propone “allegoria” tra quelle parole chiave, quasi a volere – ancora col suo sorriso che ammicca allo scaltro lettore – intendere che tutto guarda ad altro, e bisogna saper guardare, leggere dentro (appunto questo significa intelligenza, no?).

Lascia un commento

Archiviato in Uncategorized

Il blu di Jason

Fin dalla icastica sinestesia del titolo – che è pure il titolo di un breve testo dedicato a Gaeta – è un inno al coraggio questo blu silente di J.R. Forbus (Jason R. – ma coraggiosamente, o inconsapevolmente, si firma in copertina con le poco poetiche iniziali che ricordano un odioso personaggio televisivo). Come fa un colore ad essere “silenzioso”, se non perché è l’immagine di un ambiente, di un mondo, e della condizione stessa in cui ci si rapporta con il tutto? Ma questa sinestesia del percepire è solo una spia del modo di poetare del giovane J.R. – il quale si diverte e ci diletta con varie intuizioni liriche e proposte riflessive, giocando a farci credere di essere sempre innamorato… In parte, probabilmente, le sue dichiarazioni d’amore sono prove d’autore, in un canzoniere ideale nel quale si ripongono anche i sogni e le illusioni – ma importa poco, non deve partecipare al campionato dei dongiovanni. Invece ci apre un mondo, il suo, fatto di sentimenti tenui e infiammati rapimenti, nel continuo fluttuare dei suoi giorni, ancora i giorni di un ragazzo – che cresce, però, e vuole compagnia, confronto e conforto…

Viene da chiedersi quali letture abbia fatto, quali grandi nomi siano le stelle del suo cielo: troviamo lo spleen e un certo gusto per atmosfere sospese tra il gotico e il surreale – si avvertono frequentazioni però discrete, filtrate: l’autore di questo blu silente non vuole esporsi troppo e al tempo stesso si dichiara implicitamente debitore dei tanti che lo hanno preceduto, debito subliminale, ma c’è, ed è buon segno: non si va da nessuna parte, se non si parte da un posto preciso. Adagiando, come lui dice, queste 35 poesie sul fondo del mare, Jason Forbus le affida all’andare dolce delle onde, quasi messaggi affidati alla bottiglia del destino (“destino di non destino”… prova a chiosare civettuolo, ma sa bene che è tutto segnato: la via della poesia è là, aperta: aspetta chi ha coraggio, e lui ce l’ha…

1 Commento

Archiviato in Uncategorized

Yacht Med 2012: il “viaggio della parola” continua…

Ci sarà la seconda edizione del Convegno internazionale dedicato alla poesia, in occasione della prossima edizione dello Yacht Med Festival a Gaeta alla fine di aprile… Quasi certo l’evento, il 27 e 28 aprile con ospiti di tutto il Mediterraneo.

Hanno aderito all’invito già alcuni importanti autori dal nord al sud, dall’est all’ovest: il portoghese Jaime ROCHA (foto in alto), lo spagnolo Carlos VITALE, il francese Daniel LEUWERS, il maltese Oliver FRIGGIERI, la greca Liana SAKELLIOU, l’albanese Besnik MUSTAFAJ, la croata Katica FELSTINSKI, il tunisino Moncef GHACHEM, la marocchina Dalilah HIAOUI, e l’inglese Richard BERENGARTEN (foto in basso – ospite d’onore: ha vissuto a lungo in Italia e Grecia)

La stanza del poeta si augura di potersi aprire alle parole di tutti e vivere un’altra grande esperienza di incontro di parole…

Lascia un commento

Archiviato in Uncategorized

De Napoli cerca “ieri” un po’ di domani

Carte da gioco di Francesco De Napoli

  

La sempre attualissima discussione sul tempo che passa (o non passa, secondo i punti di vista filosofici o scientifici) è antica come il tempo – in poesia può dirsi antica come la poesia. Non si sfugge, specie chi voglia fare i conti con il suo tempo e lasciarne eredità di parole, oltre il suo tempo… Francesco De Napoli ridà voce al se stesso di venticinque anni prima, ripubblicando insieme tre raccolte di versi, brevissime ma intense, quando già dall’uscita dell’ultima sono passati quasi dieci anni. Perché? Per cercare nel tempo di allora il se stesso di oggi (come opportunamente osserva Santoro nella sua presentazione), verificando eventuali somiglianze scoprendo un’evoluzione che solo a distanza di tempo si può cogliere…

È un po’ il gioco di tutti gli artisti: proporre personali letture esistenziali che siano guida o stimolo a prendere coscienza di sé. Il lettore dovrebbe giocare con queste Carte da gioco insieme all’autore e appunto (ri)mettersi in gioco anch’egli, in onestà. Solo allora ha senso l’esperienza poetica, se è poesia, se scatena forze nuove dalla forza che da sé promana.

Francesco De Napoli offre la sua “Trilogia dell’infanzia” (rievocazione per nulla retorica e distaccata al punto da non apparire autoreferenziale) perché altri possa cibarsi del banchetto apparecchiato, perché il racconto del suo farsi uomo – con tutta la rabbia e la passione che gli vengono dalla consapevolezza del cammino percorso, da “uomo solo” – sia per lo meno un’ipotesi di come si possa crescere in fedeltà, mantenendosi arditamente in bilico fra l’ostinata volontà di mutare abito e l’innegabile retaggio di una forma mentis.

Autore di “papocchie” da giovane (come lo prendeva in giro la mamma), l’autore di Carte da gioco non ha smesso di credere nel valore fondante della parola (quella delle favole paterne e quella del mito e della letteratura), ed è diventato amico dei grandi senza aver perduto lo spirito caustico e malinconico delle radici, della sua natura di uomo del Sud. “Come amuleto nel trambusto del travaglio”: questo ultimo verso del libro può chiarire tutto, dipanare il velo dell’equivoco. Senza scomodare antenati illustri, siamo tutti più o meno in cerca di scaramantici amuleti, che ci portino fuori del trambusto, di questo travaglio che è la nostra vita…

Lascia un commento

Archiviato in Uncategorized

Riflessioni su Poi di Amerigo Iannacone

Fin dal titolo, Poi (quanto denso e inquietante, nella sua allusiva sospensione atemporale), il sentimento del tempo la fa da padrone in questa nuova – asciutta e pensosa – silloge di Amerigo Iannacone (pubblicata come vincitrice del Premio “Libero de Libero” del 2010), come d’altronde avveniva trent’anni prima, nella prima sua pubblicazione Pensieri della sera (appena ristampata, opportunamente, quasi a verso di medaglia per quest’ultima, a mostrare con quanta fedeltà il poeta abbia custodito per trent’anni la sua natura di poeta, e la sua scrittura che già allora guardava alla vita umana come un intoppo nel tempo universale). Qui il tempo appariva vissuto senza trovarne ragione, fino a vivere quasi come liberazione la stessa “solitudine”, che libera dal contatto umano e quindi dall’ineluttabile verificare, appunto, che “per noi sarà lo stesso”, sempre, comunque… qualunque atteggiamento possiamo assumere di fronte alla vita. 

Ma poi vince Orazio! Ruit hora – il tempo scorre e porta una consapevolezza forse più amara eppure eroica, si direbbe alfieriana, per lo meno cioè capace di far cogliere nel tempo il seme di un tempo a venire, che nemmeno sarà nostro ma che pure abbiamo il dovere di preparare… “Anche il poeta è un pirata clandestino” che a volte “fa incursione nella vita”, scrive Amerigo. Estote parati, dunque: per voi si aprirà il futuro se lo avrete preparato. E poi sarete quel che avete seminato… malgrado la preoccupazione (onesta e scaramantica insieme) di non essere all’altezza: “mi ostino a chiamare semi i miei testi”… E certo che lo sono, e vivranno poi, nelle menti di coloro che in quei semi coglieranno scintille di vita nuova!

La solitudine è compagna, il poeta volontario si chiude in una cella (senza grate né pareti né secondino!), poiché si sente “clandestino” nel mondo (“Parole clandestine” è il titolo di un altro libretto recente) . L’autobiografia, che è misura del tempo, si sviluppa fra memoria disincantata e immaginazione già disillusa… “Il treno” – che si desiderava prendere per andare poi chissà dove, da un’altra parte comunque – sembra perduto prima di arrivare alla stazione, ancor prima di andarci. 

Ma il poeta deve muovere comunque, deve far avanzare i suoi pedoni e le torri e gli alfieri, deve cercare di dare scacco, alla vita stessa… Poi, almeno qualcuno scriverà della sua sconfitta, e lui vivrà in quella scrittura postuma e non sarà caduto invano. Siamo “palline da ping pong”, è vero – qualcuno ci spinge “di rimbalzo in rimbalzo” -, e lo sono le nostre parole, che spingiamo oltre il nostro orto, la nostra siepe, la muraglia con i cocci di bottiglia… come un messaggio in bottiglia che il naufrago affida alla sorte.

“Ci scambiamo parole fra di noi… // …frutteranno. / Chissà.”

 

Lascia un commento

Archiviato in Uncategorized