Elio Pecora vince il Premio “Sant’Elia Fiume Rapido”

Ne ha vinti tanti e tante soddisfazioni ha avuto dalla sua vita di poeta, ma Elio Pecora ha molto gradito il riconoscimento avuto nel piccolo comune dell’estrema Ciociaria, ai confini con la sua Campania e prossimo al Molise…

Ecco una riflessione sulla sua poesia.

Fin dai tempi di Motivetto (1978), almeno da una trentina d’anni, quindi, anche se aveva già pubblicato qualcosa, una costanza creativa caratterizza la produzione di Elio Pecora, sempre tesa in una scansione formalmente elegante e immediata nel comunicare – anche quando gioca, specie quando si fa (come ha scritto ieri Leone D’Ambrosio sul “Territorio”) “poeta dell’ironia”.

Inquilino del dubbio, il poeta secondo Pecora vive un tempo segnato nel presente (“tempo senza mura, né stagioni né volti”) che deve comunque testimoniare (e la parola è “tentata misura”, poi “esatta misura”, e si fa “voce che innamora”, anche se nell’ora dello sconforto “le parole non valgono la vita”, pronunciate e protese come sono contro la generale indifferenza): ma il poeta sa quando un gesto va compiuto, quando una frase va completata, quando un sogno merita di avverarsi. È una lezione appresa nella frequentazione di altre espressioni, nella conoscenza di altre esperienze, come emerge nell’imponente volume (pubblicato da Empiria nel ’97) Poesie 1975-1995. Catullo e Saffo compaiono, più o meno esplicitamente, come altri poeti della classicità, nelle sezioni del libro dedicate all’amore, segno di una devozione alla parola che senza ritegno confessa se stessa nel recuperarsi attraverso altre voci. L’amore e il tempo sono le costanti della poesia di Pecora che per quanto riguarda l’amore cita addirittura il Platone del Simposio: “non posso dire di un tempo nel quale non sono stato innamorato di qualcuno” – perché l’amore per il poeta (questo lo diceva Orazio) è quasi una milizia, come fare il servizio militare, come servire la patria: la patria del poeta è l’amore. E nell’amore si scavalca il tempo, quello che ci stringe quotidiano, poiché lasciamo “eredità di affetti”. 

Ecco perché il poeta può esclamare infine: “Io compio l’avventura di restare”, poesia di un solo verso che potrebbe essere l’epigrafe (gioiosamente malinconica) dell’intero volume. In quella “avventura” c’è il rischio di misurarsi col tempo ma “restare” è proprio la sconfitta del tempo, attraverso il gioco della poesia che appunto lo vince nel compiere il proprio dovere di testimonianza. Altri verranno, se avremo lasciato loro gli strumenti per comprendere.

Nel recente Simmetrie (uscito nello “specchio” tre anni fa), perdura la sua ricerca e persiste la convinzione: chiuso nella sua stanza, il poeta comunque si misura col mondo, col tempo. Non può evitare di ascoltare e intervenire. È continuo, insistente, il tema, si direbbe il sentimento del tempo anche nelle componenti psicologiche in cui si avvertono i sedimenti di altre lezioni. Fin dal poemetto proemiale, “La stanza”, questa parola diventa misura di spazio (fisico e privato: “è una stanza il corpo”) e insieme di tempo (“stanza dove cercare/ ognuno l’istante/ e nell’istante tenersi”): la stanza del poeta di cui parlava Virginia Woolf, la casa-anima dei crepuscolari, diventa qui sede ideale di autoriconoscimento e conoscenza ma è pure una dimensione in cui progressivamente valutarsi – e infatti diventa alla fine “una stanzuccia, un buco” dove a malapena ci si aggira (ma “a uscirne” ci si perderebbe definitivamente).

“Corre l’istante su un filo di lama”: lo scorrere dell’esistenza è sempre quella dura muraglia lungo la quale (e guai sulla quale!) si insegue una crescita-liberazione raramente raggiunta e appagante. Perciò l’umanità appare in “sosta dentro il presente”, come precocemente imbalsamata, certo incapace di scorgere un oltre qui vicino, magari tesa imbelle ad un futuro, inesorabile destino di fallimenti.

Ma infine “Che vale di queste storie mentre il pianeta ruzzola e ruota…” – è il solito dubbio: che vale? Uno stilema, anche questo, di natura crepuscolare (per quanto niente affatto piagnucoloso)… poiché infine il poeta, “Stremato da quello che chiama io…”, in cerca di una identità che lo sollevi forse dall’impegno di guardarsi allo specchio della realtà, scopre o riscopre “il bisogno di compagnia/ la ricerca di una vicinanza”, quasi a cercare chi l’aiuti a sopportare, dividendone il peso, la fatica del vivere.

Così l’io-solitudine incontra nel suo andare un compagno cui confidare la pena di esistere. E così le simmetrie del reale sposano altre realtà nelle quali coniugare le proprie inquietudini.

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